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Dio, patria e famiglia

In occasione della finale live dell’ottava edizione dell’Aquara Music Fest, una riflessione su uno slogan, già di per sé storicamente bocciato, che da più parti è utilizzato per dividere il bene dal male, i buoni dai cattivi e per marcare pezzi della società. Si vuole instillare nei cittadini la convinzione di aver acquisito un diritto di precedenza al discount dei diritti.

di Marcello Marro

Marcello Marro, Laureato in Matematica, è docente di Matematica e Fisica.

PRIMA A NOI, POI AGLI ALTRI

Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante che noi conosciamo, di Dio, dell’Umanità, della Patria, della Famiglia. Con queste parole Giuseppe Mazzini iniziò la sua opera I doveri dell’uomo del 1860. Ci tenne però a precisare che il trinomio Dio, Patria e Famiglia da solo conduce a una visione della società limitata ed egoista, facendo un richiamo esplicito all’umanità come collante e contenitore di parole altrimenti vuote. Quei che v’insegnano morale, limitando la nozione dei vostri doveri alla Famiglia o alla Patria, v’insegnano, più o meno ristretto, l’egoismo, e vi conducono al male per gli altri e per voi medesimi. Patria e Famiglia sono come due circoli segnati dentro uno maggiore che li contiene, così intese proseguire l’ispirato patriota genovese.

Mazzini capì che il dovere dell’uomo non si esaurisce dentro i confini nazionali o di sangue. La Patria non è un fine, ma un mezzo: ci si unisce come nazione per poter collaborare da pari a pari con le altre nazioni per il progresso di tutta l’umanità. Una visione profondamente etica e cosmopolita, che ribaltò l’idea di un nazionalismo escludente.

E proprio una nuova era di nazionalismo escludente ed egoista, spesso definito sovranismo o populismo identitario, si affaccia sul nostro presente, evidenziato da diversi preoccupanti segnali: la retorica del “Prima noi” alimentato da slogan come “America First” o “Prima gli italiani” incarnano esattamente ciò che Mazzini criticava, l’idea che i doveri verso la propria comunità nazionale debbano non solo precedere, ma azzerare i doveri verso l’umanità intera, auspicando la chiusura dei confini e alimentando la paura dell’altro. Purtroppo, la gestione delle migrazioni globali viene spesso affrontata non come una sfida umanitaria comune, ma come una minaccia alla sicurezza o all’identità culturale. La crisi delle istituzioni sovranazionali, di enti come l’Unione Europea o l’ONU, nati proprio per far dialogare le nazioni “da pari a pari”, subiscono continui attacchi e vengono percepiti non come spazi di cooperazione, ma come minacce alla sovranità locale.

Pro aris et focis, dicevano i latini per esprimere attaccamento a tutto quello che è caro e venerabile, come la fede e la famiglia. Una formula per l’umanesimo antico, che univa gli uomini attorno a ciò che essi avevano costruito (i templi, le leggi, le case). E proprio rifacendosi a questa locuzione latina, si rispolvera oggi il motto “Dio, patria e famiglia” in chiave di resistenza contro “l’ideologia globalista”, per proteggere le radici storiche occidentali che si ritengono sotto attacco.

A ben vedere, il termine che tiene in piedi il trinomio è senza dubbio “Dio”. Se accettassimo l’idea che dio è morto, cioè la fine di un assoluto che legittima la sacralità della Famiglia (attraverso il sacramento del matrimonio e la morale) e l’autorità della Patria (intesa come ordine naturale o divino), allora Patria e Famiglia diventerebbero concetti relativi, discutibili e modificabili. Addirittura, senza dio, il binomio “patria e famiglia” somiglierebbe al “Bult und Boden” nazista, cioè “sangue e suolo”, in cui la patria esce dai propri confini per uscire alla conquista dello Spazio Vitale. E ancora, in un certo senso, questa centralità di dio mostra tratti comuni alla visione dell’integralismo islamico in cui dio è unico legislatore e sovrano assoluto, la patria abbandona i confini geografici per abbracciare i confini spirituali delimitati dall’unione dei credenti e la famiglia diviene nucleo di addestramento e riproduzione della fede, in cui la donna ha principalmente il ruolo delimitato di accudire i figli.

Se nel passato il motto “Dio, Patria e Famiglia” è stato usato per glorificare lo stato totalitario o per dissolvere lo stato in nome della fede, nel mondo MAGA il motto diventa il codice di una rivolta populista e identitaria: la formula di una comunità che si sente assediata dalla globalizzazione, dal secolarismo e dal cambiamento demografico, e che usa questi tre concetti storici come armi di una “guerra culturale” per riprendersi il controllo del proprio Paese. Gli Stati Uniti non sarebbero quindi nazione come le altre, bensì una nazione scelta da Dio, che ha il dovere di guidare il mondo. La difesa della Patria si traduce nel rifiuto degli accordi internazionali, nel protezionismo economico e nella costruzione di muri fisici ai confini e la difesa della famiglia si lega allo sciagurato diritto di possedere armi.

“Dio, Patria e Famiglia” non è solo un motto, è un’idea di un mondo chiuso ed escludente, che guarda all’altro come una minaccia, che ci confina in un opprimente angolo di egoismo collettivo. La funzione di queste belle parole non è quella di accogliere e includere, ma quella di definire con cieca precisione un “noi” contro un “loro”.

E allora, al motto Dio, Patria e Famiglia preferisco la Costituzione Italiana, che all’art. 3 afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza distinzione di religione, che all’art. 19 garantisce a chiunque (cittadino o straniero) il diritto di professare liberamente la propria fede, in privato o in pubblico, o di non professarne alcuna, tutelando anche le scelte di coloro che conducono la vita senza alcun dio. Preferisco la Costituzione Italiana perché il termine “Patria” è subordinato al termine “Repubblica”, perché all’art.11 ripudia la guerra come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli” e consente alle limitazioni di sovranità necessarie per assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni, perché all’art.10 protegge lo straniero, garantendo il diritto d’asilo a chiunque veda impedite nel proprio Paese le libertà democratiche. Preferisco la Costituzione Italiana perché all’art. 29 introduce un principio rivoluzionario, cioè l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, demolendo la vecchia struttura patriarcale e l’autorità assoluta del capo-famiglia, perché all’art. 30 stabilisce che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Preferisco la Costituzione italiana, perché sa guardare al futuro con la consapevolezza del passato.

Chi sostiene il motto Dio, Patria e Famiglia si apre inevitabilmente a numerose contraddizioni.

Chi rimanda alle radici cristiane dovrebbe ricordare che è dovere di ogni cristiano di accogliere e aiutare chi è in sofferenza e non lasciare che donne e bambini muoiano sulle nostre coste, di non trasportare come rifiuti uomini e donne in centri di accoglienza remoti e isolati che somigliano a carceri.

Chi inneggia alla Patria dovrebbe tutelare l’autonomia politica dell’Italia e non assumere posizioni subalterne, condividendo e legittimando scelte in contrasto con la nostra Costituzione.

Chi glorifica la famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna dovrebbe chiarire meglio cosa intende con il termine “famiglia”, in quanto è legittimamente coinvolto in plurime forme di convivenza.

La pesantezza con cui la politica rispolvera i vecchi feticci di “Dio, Patria e Famiglia” ha qualcosa di claustrofobico, confinandoci a vivere in perenne stato di assedio. Vorrei resistere a questa cieca visione, rivendicando con decisione la leggerezza della dimensione umana, preferendo all’ossessione di un’identità protetta, la libertà di sentirsi aperti alle contaminazioni del mondo. In questa serata dedicata alla musica consiglierei allora ai profeti della paura di modificare quelle “tre parole” con quelle cantate nel 2001 da Valeria Rossi e forse entrate nella memoria collettiva: Sole, Cuore, Amore, perché una società che sa ancora scaldarsi al sole, ascoltare il cuore e praticare l’amore non avrà mai bisogno di odiare le persone per sentirsi forte.

Il mio dio è il sole.

La mia patria è il cuore.

La mia famiglia è l’amore.

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