L’opera del regista Stanley Kubrick esplora la corruzione della purezza umana e la perdita della libertà individuale all’interno di una società distopica e totalitaria. “Arancia meccanica” (A Clockwork Orange) è una metafora che indica un essere organico, naturale e vitale (l’arancia) forzato in un meccanismo artificiale e rigido (meccanica).
di Benedetta Tepedino

Studentessa diciassettenne del Liceo Scientifico Piranesi di Capaccio Paestum (SA). Svolge diverse attività culturali, tra cui l’arte in ogni sua forma e il cinema d’autore, un universo capace di trasformare la ricerca estetica in un messaggio di profonda poesia.
LA METAFORA DELL’UOMO AUTOMA
Arancia Meccanica di Stanley Kubrick non chiede permesso: irrompe prepotentemente nelle nostre menti fin dal primo momento. Prima ancora che la trama inizi, il regista definisce il rapporto tra spettatore e protagonista: è anzi Alex Delarge stesso a presentarsi, con il suo Kubrick Stare (testa leggermente inclinata, occhi fissi sullo spettatore, frontalità aggressiva). Entriamo poi nella sua mente, contorta e colpevole, perversa e violenta. È una dichiarazione di metodo: niente distanza emotiva o filtro morale.
Fin dall’inizio siamo incastrati nella stessa dinamica ipnotica della cura Ludovico, bloccati a guardare ciò che ci disgusta ma da cui non riusciamo a distogliere lo sguardo. La realtà che il film mette in scena non è un’invenzione visionaria: è un’esagerazione utopica della violenza giovanile inglese nel dopoguerra. Kubrick non descrive adolescenti immaginari, ma un ambiente che era effettivamente già strutturato: i più celebri, i Teddy Boys, con la loro estetica singolare e il rapporto ambiguo con la società. Quella cultura giovanile diventa terreno fertile per l’invenzione dei drughi: non erano semplici delinquenti, ma una parabola sulla spettacolarizzazione della violenza. Il bianco delle loro uniformi, colore della purezza per antonomasia, viene completamente ribaltato, così come il latte+, bevanda infantile contaminata da droghe, simbolo perfetto dell’innocenza corrotta. O ancora i sospensori in vista, come critica all’arte futurista che stava comportando un’estrema estetizzazione della vita. Il Korova Milkbar non è un covo segreto: è un locale legale, frequentato da persone rispettabili. Questo dettaglio sottolinea come la società sia ben conscia di ciò che stia accadendo, ma preferisce girarsi dall’altra parte.
Il film è accompagnato per intero dalle sinfonie di Beethoven (l’adorato Ludwig Van). Scelta lodevole dato l’artista, ma che nasconde un’ulteriore contraddizione: la musica più alta della tradizione europea viene qui usata come estetizzazione per le fantasie di ultraviolenza del protagonista. Kubrick la usa come acceleratore sensoriale, una musica prorompente che accompagni l’ultraviolenza. Con Beethoven, quest’ultima diventa bella. La spettacolarizzazione raggiunge il suo picco nella scena di Singin’ in the Rain, in cui Alex trasforma un’aggressione in un numero performativo. Lui vuole comandare, i drughi devono obbedire. Quando decidono di tradirlo, lo fanno non per moralità, ma per paura: l’ordine interno della banda si regge sulla minaccia costante. L’omicidio di Miss Weathers non ha un significato simbolico preciso: Kubrick lo costruisce come un atto volutamente disturbante, la dimostrazione più estrema del degrado sociale. Alex non è pentito: in carcere legge la Bibbia, non per redenzione, ma per immaginare gli scontri violenti narrati. Il passaggio alla cura Ludovico ribalta completamente il dispositivo narrativo. Alex è convinto di vivere un’esperienza quasi teatrale, inizialmente compiaciuto dalle immagini di violenza che scorrono davanti ai suoi occhi.

Ma i sintomi causati dal medicinale propinatogli segretamente (nausea, paralisi, soffocamento) arrivano presto, e qui il film si fa clinico: mostra l’avversion therapy in forma pura. È una tecnica reale, tuttora usata in applicazioni innocue (per esempio il sapore amaro sulle unghie per l’onicofagia): associare un’azione sbagliata ad una sensazione di disgusto. Kubrick non inventa nulla: mostra un meccanismo scientifico e lo porta al limite etico. Quando alla violenza viene sovrapposta la Nona di Beethoven, il punto diventa chiaro: il trattamento non colpisce solo l’azione, ma l’identità profonda di Alex, la sua estetica, la sua interiorità. Il prete lo esplicita chiaramente, ed è uno dei momenti più lucidi dell’intero film: annullare la capacità di scegliere non è redenzione, ma distruzione del libero arbitrio. Alex non è diventato buono: è diventato incapace.I l mondo però non è disposto a riconoscere questo annullamento. Tornato a casa, trova la sua stanza affittata a Joe. La stanza, i suoi oggetti personali, il suo serpente, simboli dell’identità del protagonista, venogono sfrattati come lui. Ciò significa ritrovarsi espulso dalla propria realtà e identità. Joe è la sostituzione della sua identità ribelle. Alex, d’altrocanto, non parla più il Nadsat (la lingua dei drughi, mista di inglese, russo e invenzioni). Il romanzo fa del Nadsat la lente con cui il lettore entra nella mente di Alex.
Dopo la cura, quella lingua svanisce: il suo mondo interiore è stato neutralizzato. Da qui in poi Alex diventa bersaglio. Ogni vittima torna a colpirlo: il senzatetto lo aggredisce, i suoi ex drughi, ora poliziotti, lo picchiano, la società nel suo complesso lo rigetta come scarto malfunzionante. Il male non è stato eliminato: è stato redistribuito, spinto fuori dal suo corpo ma lasciato intatto nelle istituzioni. Il collasso avviene nella casa dello scrittore, già vittima di Alex, il quale lo riconosce e lo manipola. Il tentato suicidio non è un gesto morale: è l’unica via di fuga possibile da un mondo che lo ha privato di libero arbitrio. In ospedale, vediamo in pochi minuti i due lati della società. Da un lato, il personale sanitario è intento a valutare davvero il recupero psicologico di Alex: è la prima forma di cura autentica che incontriamo. Emerge infatti come i condizionamenti si stiano dissolvendo. Dall’altro lato entra il Ministro. Non è lì per curare Alex, ma per salvare il governo dallo scandalo. Usa Alex come strumento di propaganda. È un’altra forma di violenza: dell’autorità che ripulisce i propri errori utilizzando chi li ha subiti. Il finale chiude il cerchio: nel momento in cui immagina nuovamente la violenza senza provare nausea, capiamo che il condizionamento è svanito. Alex è “guarito”. Non redento: semplicemente libero di scegliere, anche il male. Qui si trova il nucleo filosofico dell’opera: uno Stato che preferisce un criminale controllabile a un individuo libero è uno Stato che ha già fallito. La vera barbarie non è nei drughi, ma nella società che li produce e poi tenta di sopprimerli con metodi altrettanto disumani. Come solo un buon regista sa fare, Kubrick lascia tante idee ma non propone soluzioni.
Analisi Critica
Arancia Meccanica non è soltanto un film sulla violenza: è un film sulla responsabilità della società verso la violenza che genera. Kubrick non prende mai una posizione morale semplice. Al contrario, costruisce una narrazione che pone lo spettatore in una posizione scomoda: qualsiasi giudizio su Alex ricade sul mondo che lo ha prodotto e poi condannato. Quando lo Stato decide di “aggiustare” un individuo togliendogli il libero arbitrio, il confine tra cura e tortura si dissolve.
Un altro punto centrale è il ruolo dello spettatore. Il film ci costringe a guardare scene brutali ma sempre perfettamente coreografate, illuminate e musicate. La violenza, resa spettacolo, diventa paradossalmente seducente. Questa seduzione è voluta e studiata: Kubrick vuole mostrarci quanto sia facile, anche per noi, cadere nell’estetica dell’aggressività. Per questo Arancia Meccanica è ancora oggi accusato di essere troppo violento: perché non permette allo spettatore di nascondersi dietro una comoda condanna morale. Ci costringe a riconoscere la nostra attrazione verso ciò che dovrebbe ripugnarci.
Il punto più potente dell’opera resta però il tema del libero arbitrio. Il film non sostiene mai che Alex sia buono o che meriti compassione. Ma sostiene una cosa ancora più scomoda: un essere umano senza possibilità di scegliere non è più un essere umano.
E’ un’Arancia Meccanica.


Una risposta su “A clockwork orange”
Ottimo lavoro