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Le urla silenziose

Si è appreso che anche Vahid e Abolhassan, prigionieri politici e membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano sono stati giustiziati anch’essi all’alba di oggi 4 aprile. La campagna #noexecutionstuesday va avanti da mesi ed in una manciata di giorni altri sei combattenti per la libertà sono andati a rimpinguare le già lunghe file dei martiri.

di Virginia Pishbin

Medico sardo-persiano, è figlia di un esule iraniano fuggito in Sardegna dopo la rivoluzione islamica. È presidente dei giovani iraniani in Italia.

AZIONE DI PROTESTA GIOVANI IRANIANI DI FRONTE ALL’AMBASCIATA REGIME IRAN

Oggi alle 14.00 alcuni membri dei Giovani Iraniani si sono recati di fronte all’ambasciata iraniana a Roma per un’azione di protesta concreta e diretta contro l’ambasciata del regime iraniano per condannare la recente ondata di esecuzioni in Iran. All’alba di oggi sono stati giustiziati Vahid Bani-Amerian e Abolhassan Montazer, mentre nei giorni precedenti sono stati messi a morte Mohammad Taghavi, Akbar Daneshvarkar, Babak Alipour e Pouya Ghobadi. Tutti erano accusati di legami con il movimento dei Mojahedin del Popolo iraniano e colpiti in modo mirato in quanto parte di un’opposizione organizzata. In sede verranno avanzate al governo italiano delle richieste specifiche affinché condanni le esecuzioni e promuova azioni concrete in sede UE e ONU.

Essere in qualche modo, seppur per seconda generazione, parte della diaspora iraniana, significa guardare inermi il male e le atrocità commesse al tuo popolo senza poter far nulla, se non cercare instancabilmente di dare voce ai più senza voce, che rimangono all’interno del carcere chiamato Iran. Conosciamo già le atrocità che il regime dei mullah, dei pasdaran, dei bassij, le forze para militari, è in grado di perpetrare ai danni dei milioni di iraniani che tengono sotto scacco, e conosciamo bene la paura che alberga sotto tali nefandezze e continue violazioni dei diritti umani: ulteriori rivolte, il regime ha paura di cadere per mano del suo stesso popolo martoriato e martirizzato.

Il regime sa che basterebbero le spallate interne del popolo a farlo vacillare ulteriormente e cadere e non sarà né l’annosa politica di accondiscendenza a salvarlo , né la guerra dall’esterno a finirlo, ma solo il coraggio e l’intelligenza strategica di chi ogni giorno per le vie delle città iraniane rischia la sua vita.

Le esecuzioni dei membri dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI) segnalano un disperato tentativo del regime di impedire un’altra rivoluzione, è lo stesso regime reo del “massacro delle prigioni” dell’’88, riconosciuto già genocidio nel 2024 grazie al lavoro di Javaid Rehan ex relatore speciale per i diritti umani in Iran delle Nazioni Unite, genocidio in cui in una sola estate più di 30000 prigionieri politici, il 90% dei quali colpevoli di appartenere o simpatizzare per il PMOI, furono travolti dalla scure clericale.

Nella nebbia della guerra e scosso dalle recenti rivolte il regime iraniano si prepara ad un altro massacro nelle sue prigioni, uno stillicidio continuo e silenzioso, ogni giorno esecuzioni su esecuzioni, spostamenti in luoghi di detenzione segreti di prigionieri politici, anticamera della morte di stato. Eppure la fiamma della resistenza non viene spenta anzi è come se nonostante il fortissimo dolore queste esecuzioni ignobili rendano ancora più sicuri chi è già coinvolto nella lotta e spingano altri a non piegarsi.

Questa è la prova del fatto che l’unica soluzione praticabile al problema in Iran sia il rovesciamento del regime ad opera del popolo e della sua Resistenza organizzata, perché questo è ciò che il regime teme di più, altrimenti perché li giustizierebbe in questo momento in cui il paese è in guerra? Inoltre dall’articolo dell’agenzia di stampa iraniana Fars, si evince quanto il regime sia preoccupato del PMOI e come lo consideri una minaccia, confermando di fatto le attività delle unità di resistenza.

Questa canzone, cantata dai sei prigionieri politici prima della loro esecuzione, è il più potente inno alla resistenza. Il testo si basa su metafore abbastanza comuni nella poesia rivoluzionaria iraniana. Riportiamo la traduzione in inglese


The Anthem of Resistance
If Iran is in ruins and devastation,
If your soul and mine are the soul of Iran,
If this land lies under the shadow of death,
If the stain of bullets marks the petals of the flower,
Rise up, like a lightning bolt, Arm your weapon! Step onto the battlefield, Break the barriers in your path! I am the storm! I am the storm!
Tremble, O’ faint-hearted!
I am your equal, I am your equal,
A formidable opponent, seasoned in struggle.
I am faith! I am rebellion!
Filled with the belief that I will fight,
That I will remain even stronger.
I am the epicenter of the uprising,
Ready to stand until the very end.
I am the epicenter of the uprising,
Ready to stand until the very end.
When I take up my rifle,
I shall take back my homeland!
In this forest, I am the lion,
And I shall take back my homeland!

È decisivo rendere l’argomento di dominio pubblico, in soli 5 giorni, 6 prigionieri politici chiave sono stati assassinati, e 4 giovanissimi manifestanti delle rivolte di Gennaio. Il 30 Marzo all’alba Mohammad Taghavi 59 anni e Akbar Daneshvarkar 58 anni , i loro avvocati e familiari non erano stati informati in anticipo dell’esecuzione,  il giorno dopo il 31 Marzo è toccato a Babak Alipour 34 anni e Pouya Ghobadi 33 anni. Giovedi 2 aprile è toccato ad Amirhossein Hatami, un giovanissimo 18 enne arrestato per aver preso parte alle rivolte di Gennaio, insieme ad altri tre giovani manifestanti giustiziati la scorsa settimana, rei di aver “ingaggiato guerra contro dio” e “ aver portato corruzione sulla terra” capi di imputazione del fascismo religioso al potere, i giovani manifestanti non fanno parte della Resistenza Iraniana ma il loro sacrificio continua a lastricare la strada della lotta per la libertà.

La dott.ssa Mai Sato, l’attuale relatrice sulla situazione dei diritti umani in Iran , aveva già espresso in precedenza seria preoccupazione sottolineando il fatto che i prigionieri politici uccisi “hanno ricevuto condanne a morte sulla base dei loro presunti legami con l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI)”. Mai Sato ha evidenziato che tutti loro insieme a Vahid Bani Amerian e Abolhassan Montazer , uccisi stamane,sono stati sottoposti a tortura e condannati a morte dopo un processo iniquo, alla stessa stregua delle commissioni della morte che inviarono al patibolo nel 1988 migliaia di innocenti.

Ogni Mojahed caduto allora ha dato vita a migliaia di altri combattenti per la libertà oggi, con questo il regime dovrà fare i conti. La signora Maryam Rajavi ha descritto la criminale esecuzione del coraggioso ribelle Amirhossein Hatami come un chiaro segno della disperazione del regime fascista religioso al potere. Essa riflette la profonda paura del regime di un’escalation della rabbia popolare e dell’inevitabile rivolta per il suo rovesciamento. Esorta la comunità internazionale a condannare queste esecuzioni consecutive e chiede al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire immediatamente. Questo vergognoso silenzio è percepito dal popolo iraniano come complicità in crimini quasi senza precedenti nella storia moderna. Il mondo deve scegliere se schierarsi dalla parte del popolo, o no, perché di fatto il silenzio perpetrato e l’indifferenza fa parte della codarda politica di accondiscendenza nei confronti degli oppressori, portata avanti da innumerevoli anni fino ai giorni nostri.  Abbandonarsi all’inerzia della politica di accondiscendenza punta solo a tenere in vita un appetitoso banchetto per gli speculatori occidentali, il regime ha promesso che non passerà giorno in cui non ucciderà un prigioniero politico e questo agire senza nessuna risposta da parte dell’Occidente è un inaccettabile semaforo verde alla repressione totale che il regime sta portando avanti.

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