Nel binomio “sud” e “magia” il termine “sud” non si riferisce solamente ad un valore meramente geografico ma soprattutto ad una condizione politica, sociale ed economica di arretratezza e di precarietà dell’esistenza nella storia, laddove un regime arcaico impegna ancora larghi strati sociali.
di Fioravante Serraino**
* Francesca Caruso, Mietitura.
** pubblicazione postuma

Laureato in Lettere moderne ha vissuto ad Aquara. Da qui, mantenendo salde le sue radici, ha idealmente visitato ogni luogo in ogni tempo. Ha vissuto la sua esistenza in una cosciente simbiosi con il luogo di origine contribuendo a raccontare la vita aquarese in articoli, canzoni e componimenti vari.
LE ANTICHE PRATICHE CORALI E I RITI DEL RACCOLTO IN LUCANIA
Nell’introduzione a Sud e Magia di Ernesto de Martino, Umberto Galimberti scrive: “Sottratte all’irrazionale, magia, mitologia e religione dischiudono quella metastoria dove il senso delle azioni degli uomini è già descritto e anticipato nel suo buon fine. Questo fa sì che quando nella storia il negativo assale l’esistenza, l’individuo non naufraga nella negatività sopraggiunta, perché sa che c’è un ordine superiore, un ordine metastorico (…) in cui questa negatività viene riassorbita e risolta (…). In questa saldatura tra magia e storia e nel rapporto tra storia e metastoria che ogni magia inaugura, Ernesto de Martino ha colto l’essenza del magico e ha offerto una vera spiegazione della sua ineludibilità.”
Naturalmente nel binomio “sud” e “magia” il termine “sud” non si riferisce solamente ad un valore meramente geografico ma soprattutto ad una condizione politica, sociale ed economica di arretratezza e di precarietà dell’esistenza nella storia, laddove un regime arcaico impegna ancora larghi strati sociali
Scrive de Martino: “E certamente la precarietà dei beni elementari della vita, l’incertezza delle prospettive concernenti il futuro1, la pressione esercitata sugli individui da parte di forze naturali e sociali non controllabili, la carenza di forme di assistenza sociale2, l’asprezza della fatica in un quadro di economia agricola arretrata, l’angusta memoria di comportamenti razionali efficaci con cui fronteggiare realisticamente i momenti critici dell’esistenza costituiscono altrettante condizioni che favoriscono il mantenersi delle pratiche magiche. L’immensa potenza del negativo lungo tutto l’arco della vita individuale, col suo corteo di traumi, scacchi, frustrazioni, e la correlativa angustia e fragilità di quel positivo per eccellenza che è l’azione realisticamente orientata in una società che “deve” essere fatta dall’uomo e destinata all’uomo, di fronte a una natura che “deve” essere senza sosta umanata dalla demiurgia della cultura: ecco, si dirà, la radice della magia lucana, come di ogni altra forma di magia.”

Anche la condizione contadina in Lucania, per la sua viscosa immobilità, luogo d’elezione del lavoro sul campo di de Martino, ma anche delle denunce potenti e poetiche di Rocco Scotellaro e di Carlo Levi, non si sottrae alla ricomposizione della “crisi della presenza” attraverso le pratiche magiche.
Quelle connesse con la fatica contadina e col lavoro dei campi stanno progressivamente scomparendo nel dominio dove il rapporto con la natura è meglio controllato con tecniche agricole realisticamente avanzate.
Eppure, riporta Enzo Contillo, “il dorso curvo e la falce rimangono ancora sulle colline e nei fossati, fra le messi, là dove non è giunto il motore a soppiantare la maggiore fatica dell’uomo. Si danza, si canta ancora nei paesi dell’interno, specie quando sono pesanti i lavori e alte le spighe. La pesatura del grano è fatta con una grossa pietra trainata dai muli; sulla pietra è segnata una croce3. La festa sull’aia al termine della trebbiatura è consueta. E la sera del Canalone o della Crapula (Matera) tavola piena per tutti, tra i covoni fino a notte alta”.
E non mancano, come in Scotellaro, splendide immagini bucoliche: “Ero chiamato ai “morsi” con i fumanti maccheroni e l’insalata e il vino caldo e frizzante. Mi sentivo guardato brutto dal padre, specie quando tagliava le fette di pane: “Che vuole questo?”, mi pareva dicesse,”E che fa?”
“C’era il pastorello della mia età che se ne era andato per i pascoli portandosi dietro il secchio e il pane , un mezzochilo. Lo accompagnai un giorno: a una certa ora sciacquava il secchio con grazia di una donna di casa, svolgeva il tovagliolo e il pane scorreva nel secchio. Parlava con me, riguardava le pecore. Spaccava il pane gonfio e me ne offriva dei pezzi, era il pranzo e la cena. La crosta ingrossava, si poteva staccarla dalla mollica, i cui fori erano grandi, che dico?, come balconi”.
E ancora “L’aria è bella, va tutto bene, (…) in ottobre, il vino, la vendemmia, l’arare; non c’è davvero altro che conti che sentirsi l’anima in corpo. Se così non fosse, parrebbe scemenza il bere mosto come tutti fanno, o il vino nuovo che è ancora zucchero e polvere e sole, si beve il vecchio perché è spicciato, qualche bottiglia, qualche bicchiere è buono, come un medicinale e perché bisogna abituarsi al nuovo che sarà buono in febbraio, senza smettere l’abitudine”.

Tuttavia questi affreschi corali, lirici e pacificati non eludono le due grandi minacce che incombono sul lavoro contadino: la tempesta e la siccità, distruttrici dei seminati. Rispetto alla prima negatività si conserva memoria di incantesimi magici ancora impiegati in Lucania in un passato prossimo, anche recente. E’ “l’arte di precettare il tempo”, cioè di disfare la tempesta che si avvicina e che minaccia il raccolto. Così lo scongiuro si apre con una formula sincretica che, come spesso accade per i rituali magici, è al tempo stesso apotropaica e catechetica, sacra e pagana:
Unu: lu Die lu monde mantene;
rui: lu sole e la luna;
tre: le patriarche / Abramo, Isacco e Giacobbe;
quattro: le quattre evangeliste / Matteo, Marco, Luca e Giovanni / cantère ‘o vangele dinanze a Criste.
E tu nuvola brutta oscura / ca sé venut’à ffa? / Ristuccia ristuccià. / No! Vattenne a quelle parte oscure / addò non canta lu gadde / non vegeta ciampa de cavadde!
Uno: Dio il mondo mantiene;
due: il sole e la luna;
tre: i tre patriarchi / Abramo, Isacco e Giacobbe;
quattro: i quattro evangelisti / Matteo, Marco, Luca e Giovanni / cantarono il vangelo davanti a Cristo.
E tu nuvola brutta oscura / che sei venuta a fare? / Ristuccia ristuccià. / No! Vattene da quelle parti oscure / dove non canta gallo / e non venga “zampa di cavallo”.
Dopo questa solenne apertura, si traccia con la falce un cerchio magico sul terreno e dopo aver sollevato in alto la falce, in direzione del nembo temporalesco avanzante, si recita lo scongiuro vero e proprio.
Segue di nuovo a compimento: “Uno: lu Diu lu monde mantene etc.” e la ingiunzione “Cale, cale, cale! Caaale!!!” L’ultimo “cale!” era pronunziato con voce vibrante e collerica, prolungando intenzionalmente e minacciosamente la a: e chi doveva “calare” cioè scendere dal nembo, era il supposto ente maligno che lo pilotava, e che ora, dopo la recitazione di un così potente scongiuro, doveva rovinosamente precipitare ai piedi dello scongiurante, proprio dentro il cerchio magico tracciato dalla falce, facendo cadere qualcuno o qualcosa per terra, per giustificare, nella coerenza tecnica della magia, il riadattamento e la contaminazione.

Naturalmente occorre appena avvertire che la credenza in geni e numi della tempesta e in pratiche magiche per aver ragione di loro ha una estensione amplissima fra i popoli primitivi e nel mondo antico, così come in epoca cristiana le tempeste furono messe fra le manifestazioni diaboliche. Venivano invece considerate punizioni divine le siccità (“lu sole” del secondo verso dello scongiuro) e come tali elaborate. Non più scongiuri o formule magiche ma preghiere e atti penitenziali, ex voto e processioni di simulacri dei santi e della Madonna. Forme di paraliturgia che assumevano una dimensione collettiva rispetto a quella più privata della protezione dalla tempesta.
In queste processioni, che spesso, per il loro carattere di straordinarietà, venivano celebrate fuori dal tempo canonico, il santo (il più delle volte quello patrono) o la Madonna, oltre a ricomporre la labilità della presenza individuale, rifondavano il senso di appartenenza alla comunità, il suo epos, in una destorificazione del negativo che “instaura un regime protetto di esistenza”, in attesa della pioggia vivificatrice.
Ma qual è stato il ruolo del clero meridionale rispetto a questa presenza costante, ineludubile e salvifica del mondo magico nelle comunità di fedeli?
E’ ancora de Martino a rispondere: “Il clero, alla cui influenza diretta o indiretta sono dovute queste manifestazioni di sincretismo e di riadattamento, intuì la funzione pedagogica di raccordo che, nelle condizioni date, veniva a stabilirsi, anche se soltanto su un piano elementare (…) e tuttavia la magia, per quanto attenuatasi e resasi mediatrice di alti valori, non scompare mai del tutto, poiché le religioni per “elevate” che siano, (…) racchiudono sempre un nucleo mitico-rituale, una “esteriorità” o “vistosità” pubbliche, una tecnica magica in atto, per quanto affinata e sublimata.”
In più, e non paia un paradosso, questi rituali magici e sincretici avevano anche una funzione di livellamento sociale nella comune partecipazione a sconfiggere la comune minaccia: preservare un raccolto voleva dire preservare, per i piccoli e grandi proprietari terrieri, una rendita ed una leva di potere e controllo sociale e, al tempo stesso, per i contadini e i braccianti, preservare, in un regime di sfruttamento4, l’unica fonte di sostentamento e legittimazione sociale, pur in una differita attesa di riscatto.

Naturalmente la “crisi della presenza” si acuiva nei periodi bellici, quando a presidiare i campi restavano le donne, i vecchi e i bambini. Allora alle invocazioni magiche per una natura benigna si sovrapponevano gli ex voto e le preghiere per il ritorno a casa dalla guerra dei propri cari. Qui il ruolo della donna assunse le dimensioni di un eroico e silenzioso sacrificio: essa pagò due volte la sua fertilità e fecondità.
Ha partorito con dolore ed ora con fatica strapperà, alla grande madre terra, i suoi frutti, aiutata solo dalle braccia di bambini diventati troppo in fretta uomini, dalla ostinata saggezza degli anziani, dal calendario della luna (la luna del secondo verso dello scongiuro) crescente/calante/propizia nuova/piena/nefasta, che ha da sempre scandito l’economia rurale e domestica5, e dagli scongiuri contro la fascinazione dei suoi figli6, allevati ad una esistenza fragile.
Abbiamo dunque visto come la dimensione antropologica della natura, e poi quella sociologica delle classi, quella politica del potere e quella culturale dei valori, interagiscono con la dimensione magica che procede da un’età vissuta come momento di sviluppo della storia dello spirito perché, concludendo con de Martino: “Senza dubbio la liberazione che si compie attraverso la magia è assai elementare, ma se l’umanità non se la fosse mai guadagnata, non le sarebbe mai stato possibile porre l’accento sulla liberazione che oggi la affatica, la “reale” liberazione dello “Spirito”. E la lotta moderna contro ogni forma di alienazione dei prodotti del lavoro umano presuppone come condizione storica l’umana fatica per salvare la base elementare di questa lotta, la presenza che sta garantita al mondo.”
Note
- Questa incertezza per il “domani” si traduce anche sul piano linguistico. Nel dialetto osco-lucano, almeno nelle sue forme arcaiche, è assente il tempo futuro delle forme verbali, quasi a sottolineare la precarietà della vita del contadino, un suo svolgimento obbligato nella concretezza del tempo presente o nell’immutabilità del tempo passato. Il verbo dell’azione, infatti, si affida al sostegno dei verbi servili.
- In realtà tanto il vicinato urbano che quello poderale nei piccoli paesi dell’interno hanno surrogato forme di stato sociale in un rapporto di mutualistica assistenza, fondato su istituti come il baratto: “cambio di castagne contro grano”.
- La stessa croce verrà segnata dalle massaie sulla pasta lievitata e già formata prima che venga infornata e diventi pane, in una “filiera” invocata che va dal raccolto del frutto della terra alla sua trasformazione in cibo.
- La mezzadria era un istituto di partecipazione “democratica” alla rendita della terra, ma esistevano patti di vero e proprio sfruttamento, come quello dell’ “ottava” che prevedeva, di otto unità di misura raccolte, la cessione di ben sette al padrone e della restante al bracciante.
- Nel ciclo lunare negativo non era consigliato, fra l’altro, seminare e piantare l’orto, preparare conserve, macellare e trasformare le carni degli animali da cortile e del maiale, trasformare il latte, spillare il vino nuovo.
- La “sciscia” o “rànele”, cioè la cisti sublinguale è curata mettendo sulla bocca dell’infante un pò di miele e un po’ di sale, recitando lo scongiuro del “monticello”. Per incantare il “pìvele” (dimagramento, pallore e prostrazione dell’infante) la madre si recherà in visita da tante comari quanti sono i mesi del bambino, chiedendo a ciascuna un bicchiere d’acqua in cui sono stati cotti i maccheroni e tre pizzichi di sale (…). Tornata a casa la madre prepara un bagno con l’acqua e il sale raccolti, e vi immerge l’infante (esiste anche una variante con l’acqua di cottura diluita con il vino cotto). Prima e dopo si recitano i seguenti scongiuri: “Domine Die/Lièvale su pìvule/a ssu figghie mie.” (Signor Iddio/leva questa magrezza/a questo figlio mio.) e “Pìvele attasse:/ti ttrove magre/e ti lascio grasse!” (Magrezza fermati/ti trovo magro e ti lascio grasso!). I simboli mitici di un bambino deperito sono un maiale squartato che ha perso tutto il suo sangue, o il pesce associato all’assenza di sangue, o il baccalà secco; le associazioni che reggono questi nessi magici sono evidenti: il sangue dell’animale morto dissanguato e il pesce senza sangue che si collega con l’anemia del bambino, in particolare il baccalà secco, si collega con la rappresentazione di un corpo rinsecchito che non ha più né linfe né umori vitali. Esistono anche molti rituali e scongiuri a sfondo alimentare contro la fascinazione del latte materno.
Referenze bibliografiche
Ernesto de Martino, Il mondo magico, Universale Bollati Boringhieri, Torino, 2007
Ernesto de Martino, Sud e magia, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2008
Guida d’Italia, Basilicata e Calabria, Touring Club Italia, Milano,
1980
Rocco Scotellaro, L’uva puttanella – Contadini del Sud (con prefazione di Carlo Levi), Universale Laterza, Roma Bari, 1977
Robert B. Taylor, Elementi di antropologia culturale, Il Mulino, Bologna, 1973
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