Il Sole era tramontato da parecchio. I ragazzi di terza risultarono primi, quelli di seconda restarono secondi e noi di prima fummo ultimi, cioè terzi, quindi restammo in zona medaglia!
di Vito Peduto
* Foto della squadra di Aquara degli anni ’40 del secolo scorso.

Laureato in Ingegneria Elettronica, è docente in pensione di Sistemi e Reti. È consulente in sistemi micro programmabili.
IL RICORDO DI QUANDO IL GIOCO DEL CALCIO NON ERA UNO SPAZIO VIRTUALE
Si ringraziano gli amministratori della pagina Facebook Voices from Aquara per la gentile concessione delle foto.
Aquara è un piccolo paesino dell’entroterra salernitano, incastonato tra dolci colline al centro dei Monti Alburni e non lontano dai meravigliosi templi di Paestum. Non è un paese di passaggio, bisogna andarci apposta, come ha detto qualcuno: “è un mondo a parte”; classico paese di migranti/emigranti come quei paesini italiani semiabbandonati.
I servizi, in generale, ancora oggi, sono pochi o inesistenti, tantomeno gli ambienti ludici e/o sportivi, e i pochi esistenti mancano di manutenzione adeguata. Addirittura, qualche bar ha chiuso per mancanza di clienti. Il campo sportivo è poco più di un campo di graminacee, non so quanto regolare, quasi per niente utilizzato. Era, forse, migliore quello che avevamo ai nostri tempi negli anni ’60 / ’70.

In quel periodo avevamo un campo sportivo (si fa per dire anchequello), successivamente trasformato in discarica per rifiuti di ogni genere, oggichiusa; tra l’altro ricordo degli alberi da frutto (un pero ecc.) e delle viti, piantate dagli scolari dell’allora scuola di avviamento (prima del 1962, anno della riforma della scuola media unificata), ma questa è un’altra storia. Questo campo era situato su una collina ad Est del paese.
Fu realizzato, come racconta l’amico Antonio Madaio, da alcuni giovani del paese, in particolare da suo padre Pasquale e alcuni suoi amici tra cui Antonio detto “u surdu”, Lucido detto “u stagnaru” ed altri che si prestarono allo scopo. Tutto partì da una donazione di 100 mila lire alle autorità comunali affinché si realizzasse un campo sportivo. Il donatore era un nostro cittadino, Umberto soprannominato “la traccia”, che faceva parte della famiglia dei Consolmagno. Emigrato in America, ebbe fortuna nella gestione di una catena di alberghi e, tornato in vacanza al paesello, donò la suddetta cifra. Così, all’inizio degli anni ’50 del secolo passato, l’Amministrazione comunale, in particolare il sindaco Prof. Nicola Mastrantuono, incaricò alcuni lavoratori che, con pala, piccone e carriola e tanta buona volontà ed entusiasmo, iniziarono il livellamento della collina messa loro a disposizione.

Il Paese cominciava a dotarsi di un luogo svago per i giovani. All’epoca il calcio era molto sentito, un po’ come ora, ma con un diverso campanilismo forse perché era l’unico sport che si poteva praticare anche per strada, perché di macchine ne passavano veramente poche. Gli scavi durarono molti mesi. Il livellamento fu successivamente rifinito da un loro amico che aveva acquistato una delle prime macchine meccaniche per movimento terra. Così addolcirono anche gli spuntoni di roccia che qui e là affioravano nello spiazzo realizzato. Con tre rami di quercia, rifiniti con l’accetta, di dimensioni relativamente regolari e abbastanza diritti, realizzarono le due porte, ovviamente senza rete. A noi quel campo sembrava S. Siro!

Su questo campo si sono disputati match memorabili tra paesi confinanti. Inutile dire che, il giorno prima di una partita si andava a delimitarlo con un po’ di calce bianca o, a volte, cenere dei camini (che, non mancava) versata a mano lungo i bordi dello spiazzo stesso. Spesso, prima si falciava l’erba (“cu lu faucione”: falce per mietere il fieno), che cresceva rigogliosa tra una partita e l’altra, specie in primavera. Il risultato: un campo di dimensioni ignote che assomigliava ad un vero rettangolo di gioco. Il centrocampo però, era più un’ellisse irregolare che un cerchio e forse, qualche volta, una metà del campo risultava maggiore dell’altra: mai qualcuno che abbia fatto storie per questo. Su quel terreno appena ci mettevamo i piedi si correva, col pallone, verso una delle due porte. Non sentivamo la stanchezza. Era raggiungibile, attraverso un sentiero tracciato, anticamente, dai contadini per raggiungere i loro poderi. Dal lato della porta Sud – Ovest, comunque, si stagliava e si staglia ancora un panorama mozzafiato sul golfo di Salerno con tutta la Valle del Calore, dal nome del fiume che in essa vi scorre; inframmezzato dal profilo del paesello sulla collina adiacente. Dal centro del paese la distanza era di circa 4 km.
Spesso con amici, durante le serate estive e fino a tarda notte, trascorrevamo ore ed ore su questo spiazzo, raggiunto dopo una salutare passeggiata. Distesi per terra con il naso all’insù ad ammirare la Via Lattea cercando di riconoscere, a volte anche litigando, qualche stella: “quella è l’Orsa Maggiore … no minore… la Stella Polare eccola lì! Sopra la nostra testa conta cinque volte la distanza tra le due ultime stelle del carro” era sempre così.

Che bei ricordi, non eravamo indifferenti alla maestosità dell’Universo. Sto divagando! Torniamo al nostro racconto del torneo di calcio. Siamo negli anni ’60, non ricordo bene, comunque frequentavo la prima media. Avevamo in testa solo il pallone; ci venne così l’idea di organizzare un torneo di calcio tra le squadre di Ia, IIa e IIIa media. Ricordo l’entusiasmo che ci assalì: per far giocare tutti, prevedemmo partite di andata e ritorno, eravamo tanti all’epoca e si litigava spesso! Erano anni in cui il calcio, come già detto, era molto seguito. C’era molto campanilismo. Andavano alla grande Inter, Milan, Juventus, squadre che militavano in città nelle quali molti aquaresi erano migrati principalmente per motivi economici. Ma, tornando al torneo, a volte in campo, eravamo in 12 o 13! Nessuno controllava; solo alcuni di noi contavano i giocatori e allora erano litigi e si ricominciava daccapo la partita!
Molti ragazzi/e all’uscita da scuola, all’epoca, dovevano andare in campagna ad aiutare i genitori nelle loro faccende, avevano dei compiti da svolgere: animali domestici da accudire, orti da annaffiare, etc. Era una lotta per restare in paese, a casa, almeno nei pomeriggi delle dispute delle partite. Il torneo, nonostante questo caos organizzativo, specie nella scelta dei giocatori, prese il via. Le partite si susseguivano secondo il calendario e come era prevedibile vincevano, alla fine, i più grandi. La durata delle partite, in mancanza dell’arbitro e di un cronometro, forse qualcuno aveva un orologio, era variabile; si smetteva quando il Sole si tuffava nel mare. Quando c’era fallo ci si fermava, imprecando con qualche parolaccia irripetibile, ma era la regola. Le partite erano dure, senza esclusione di colpi. Le proteste venivano risolte con discussioni accese, qualche spintone e più spesso dall’intervento del giocatore che secondo noi capiva di calcio. “Rimessa nostra!” e si ripartiva.
I gol erano celebrati con urla che rimbalzavano tra i pini e le querce, e qualcuno diceva che si sentivano fin dentro il paese. Il terreno era duro, con ciuffi d’erba dispettosi, cardi falciati male e buche che sembravano trappole per caviglie e ginocchi, senza contare gli spunzoni di roccia comunque presenti e pronti a ferirci. Il pallone cambiava direzione ogni volta che toccava terra. Qualche volta è successo che, mentre il pallone era diretto in porta, una pietra dispettosa lo deviava fuori, ma era tutto regolare!
Il torneo durò circa due settimane. Ogni pomeriggio, dopo la scuola le squadre si ritrovavano in piazza S. Lucido (a lu ponti), chi aveva il pallone di cuoio, lo portava da un ciabattino (Giuvanni Grecu) per farlo cucire e cospargere di pece nera prima di gonfiare la camera d’aria. Tutte queste manovre non erano semplici. Spesso non si trovava la spilla (adattatore) per la pompa. Alla fine, con le nostre divise (si fa per dire) e qualche brocca (miscitora) che riempivamo d’acqua lungo il percorso, ci si incamminava verso lo spelacchiato campo assolato ma, rinfrescato dal vento che, a volte, tirava dalla Valle del Calore, spazzando la polvere e le grida di noi ragazzi.
Tra noi c’era qualche talentuoso che non sbagliava mai un passaggio. Se poi il passaggio non andava a buon fine, dava sempre la colpa al sasso che aveva deviato il pallone. La cosa difficile, comunque, di questi tornei, era trovare chi fra noi facesse il portiere. Normalmente, questo ruolo toccava al più scarso. Qualche volta è toccato anche a me.
La finale fu tra i ragazzi della IIa e quelli della IIIa. Vinsero come era ovvio i ragazzi di terza dopo una battaglia durata non so quanto, un po’ come nel famoso racconto “Il rigore più lungo del mondo” di Osvaldo Soriano (ma solo per il titolo).
Il Sole era tramontato da parecchio. I ragazzi di terza risultarono primi, quelli di seconda restarono secondi e noi di prima fummo ultimi, cioè terzi, quindi restammo in zona medaglia! Ancora oggi, tra noi, che abbiamo vissuto quegli anni ad Aquara, ricordiamo con tenerezza quel torneo sgangherato, senza arbitro, su un campo irregolare e cosparso di graminacee.










3 risposte su “Il torneo di calcio senza arbitro”
Racconto molto bello, mi ha fatto pensare a mio padre che ha fatto parte anche lui della squadra di Aquara…bei tempi, con poco ci si divertiva tanto, nonostante pochi strumenti a disposizione, grande capacità di iniziativa! Complimenti!
Io ho avuto la fortuna di esserci a quei tempi ed è stati un periodo che ricorderò per tutta la mia vita. Ero un forestiero per Aquara, in quanto pur essendo nato li avevi seguito la mia famiglia al nord. Ero il milanese per tanti ma non per una bella cerchia di amici che mi hanno sempre accettato come uno di loro. Mi ricordo le partite su quel campo, con il terreno di gioco che assomigliava ad un campo di patate (in peggio), con il pallone che rotondo aveva ben poco e con le porte che sembravano attaccate con lo scotch. Ma come era bello giocare ! Eravamo giovani ,pieni di ardore e passione per il calcio. E proprio grazie al calcio che ho potuto creare un rapporto privilegiato con tanti ragazzi di Aquara, un rapporto che,nonostante il tempo e la lontananza, per me è rimasto immutato.
Sono ricordi uguali ai miei: bel racconto