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L’autunno della partecipazione pubblica

Spesso sentiamo dire che gli eletti sono lo specchio degli elettori: una cittadinanza mediocre si fa (si farebbe) rappresentare da una classe dirigente mediocre. Quando qualcuno prova ad alzare il dito affermando che gli eletti dovrebbero essere più preparati, più avveduti, più responsabili del Mario Rossi di turno si rischia di passare per classisti, antidemocratici, fautori della restaurazione, nemici del popolo, quasi come se la persona col dito alzato sia contro il popolo.

di Umberto Maffei

* Umberto Boccioni, La città che sale (bozzetto), 1910. Tempera su cartone, 37 x 60 cm. Milano, Pinacoteca di Brera.

Laureato in Filosofia, è docente di Filosofia e Storia.

TANTO VALE NON ANDARE A VOTARE?

A ogni consultazione elettorale assistiamo da anni a un calo della partecipazione. I tassi di astensionismo a volte toccano i due terzi della popolazione; in alcuni referendum, addirittura, ai seggi è andato meno del 20% degli aventi diritto. La politica si è accorta del fenomeno, ma minimizza; in alcuni casi pare giovarsene e dà la sensazione che finisca col considerarla non come un male da lenire ma come una variabile funzionale alla conquista del potere. Non è difficile capire quali siano le motivazioni di questa crescente tendenza a disertare le urne.

Se si parla con chi non vota le risposte in genere quasi automatiche sono: “tanto non serve a nulla”, “quelli pensano solo agli affari loro”, “uno o l’altro sono tutti uguali”… Gli esempi di gentaglia arrivata al potere certo non mancano; pure a chi scrive, nella sua storia di elettore, è capitato spesso di mettere crocette sul nome di soggetti davvero poco raccomandabili.

Spesso sentiamo dire che gli eletti sono lo specchio degli elettori: una cittadinanza mediocre si fa (si farebbe) rappresentare da una classe dirigente mediocre. Quando qualcuno prova ad alzare il dito affermando che gli eletti dovrebbero essere più preparati, più avveduti, più responsabili del Mario Rossi di turno si rischia di passare per classisti, antidemocratici, fautori della restaurazione, nemici del popolo, quasi come se la persona col dito alzato sia contro il popolo. Sulla parola “popolo” ci sarebbe molto da dire … Scriveva Bobbio, riprendendo la provocazione di un filosofo del diritto tedesco, che dopo il nazismo la parola “popolo” (Volk) si sarebbe dovuta cancellare dal vocabolario.

La politica o, meglio, le classi dirigenti si barricano dietro questa esaltazione del popolo per rendere spuntate le armi retoriche e filosofiche di quanti provano a rilevare l’inefficienza, l’autoreferenzialità, la pochezza della politica medesima. Demagogia e populismo sono come una specie di fossato che separa il palazzo dai cittadini e il ponte levatoio si abbassa solo per i botta e risposta nel tg tra Tizio e Caio o per i post sui social dei politici influencer. La critica pubblica, in poche parole, è difficile e non giunge quasi mai al bersaglio. Parte della cittadinanza si rifugia nell’astensionismo, chiamandosi fuori da questo meccanismo fatto di mistificazione. Detto diversamente: se la rappresentanza è limitata, allora il cittadino decide di uscire temporaneamente dal perimetro democratico e non esercita più il voto. In molti casi vorrebbe essere una manifestazione di dissenso, un dissenso cosmico, espresso da persone che hanno a cuore il destino collettivo. Ma così non è, cioè così non si va lontano, anzi i vertici del potere (e torniamo al punto di partenza), nella consapevolezza che il loro arroccamento è saldo e non si lascia scalfire, perpetuano lo status quo.

L’astensionismo è, per chi sta nelle stanze che contano, fonte di preoccupazione solo a parole e solo a ridosso di una qualche consultazione; poi è tranquillamente archiviato. E in genere solo chi perde in una tornata elettorale chiama in causa il “fattore astensionismo”. Chi vince non ha interesse a evocarlo.

Picasso, Il sogno e la menzogna di Franco, 1937.

Il deficit di partecipazione popolare in un Paese come l’Italia dove 30, 40 anni fa alle politiche si andava a votare con percentuali doppie rispetto a oggi dà forma a una sorta di oligarchia che si solidifica nell’arco di decenni nella vita pubblica, riducendo gli spazi per una rappresentanza ampia. Sugli scranni più alti, ma anche meno alti, sono sempre gli stessi, con figli, cognati, amanti, con i loro accoliti, con i loro lacchè. Il disgusto di chi non va a votare, lungi dall’essere per loro fonte di scrupoli, appare un alleato. La nascita del Movimento 5 Stelle e di altre formazioni simili in Europa è stato il frutto estemporaneo dell’insofferenza di un pezzo di società civile all’immobilismo della politica vista come un sistema chiuso a cui si accede per cooptazione o attraverso una specie di mitosi cellulare. Negli Stati Uniti, con tutti i difetti di quel Paese, il sistema consente una maggiore mobilità. Barack Obama era un senatore dell’Illinois sconosciuto ai più; in poco tempo è diventato Presidente. Una parabola così fulminea e imprevedibile, una parabola che scalzi equilibri decennali, in Italia sarebbe inconcepibile. In Italia, Paese del familismo, del nepotismo, del voto di scambio, dove metà della popolazione decide per tutti, i numeri della partecipazione sono impietosi ed è difficile invertire la rotta. Non che altrove, nelle democrazie occidentali, le cose vadano meglio. A monte – è indubbio – c’è un problema di classe dirigente. In passato, a sinistra, una volta c’era il modello Frattocchie, ormai è superato e forse improponibile, ma era ispirato a un principio giusto (educare e fornire alla futura classe dirigente gli strumenti per esercitare il potere). Era una scuola di formazione e una palestra, sicuramente con un certo tasso di dogmatismo, ma meglio il dogmatismo che il dilettantismo e l’approssimazione. Oggi il modello Frattocchie verrebbe etichettato come espressione di elitarismo ed esclusione da parte di chi vuole continuare con il casting e col reclutamento in base alla fedeltà, all’appartenenza familiare e alla telegenia.

Ma come si può medicare una democrazia azzoppata e cercare di farla (tornare a) camminare decentemente?

La modesta proposta di questo articolo (e che non risolve il fattore astensionismo beninteso), è la seguente: perché non rendere le cariche politiche obbligatorie? Tutti dovremmo, per legge, a meno che non rinunciamo ufficialmente, ricoprire, nel corso della nostra vita, un incarico: ministro, sottosegretario, assessore, delegato alla Comunità montana, presidente del consorzio di bonifica, revisore della municipalizzata x o della municipalizzata y. Un po’ com’era la coscrizione maschile nel secolo scorso. Obbligo di mettersi al servizio della polis. Forse il sistema non funzionerebbe comunque (forse il problema sta anche altrove), ma perché non pensarci visto che il sistema di adesso di sicuro non esplode di salute?

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