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La strage alla questura di Milano

Sesto appuntamento per l’edizione speciale de “il Ronzìo” sul più oscuro periodo della Repubblica Italiana.

I fatti e i personaggi perdono solidità, si liquefanno, evaporano addirittura e si perde ogni riferimento. A noi resta la strana sensazione che si prova appena si tenta di penetrare l’enigma di quella stagione, la stessa che si avrebbe su un nastro di Möbius in cui si percorrono entrambe le facce del nastro senza avvertire alcuna interruzione nel passaggio dall’una all’altra, un disorientamento radicale per l’impossibilità di dire su quale faccia ci si trovi.

di Giorgio Federico Baveri

* Vittime dell’attentato alla questura di Milano del 17 maggio 1973.

È lo pseudonimo di un libero pensatore che non intende rivelare la propria identità.

Nel precedente articolo … Giangiacomo Feltrinelli, l’editore rivoluzionario

COME UN NASTRO DI MÖBIUS

È la tarda mattinata del 17 maggio 1973; mancano pochi minuti alle 11.00 e nel cortile della Questura di Milano si sta svolgendo una manifestazione in ricordo del commissario Luigi Calabresi, ucciso l’anno prima. Un busto in suo onore viene scoperto alla presenza delle principali autorità milanesi e del ministro degli interni Mariano Rumor. Intanto un uomo da piazza Duomo si incammina verso lungo via Fatebenefratelli; in tasca ha una bomba a mano «ananas» che ha intenzione di usare tra qualche minuto. Prima però entra in un bar, ordina un cognac, consuma e qualche attimo dopo esce. Si dirige spedito verso l’ingresso della Questura dove la manifestazione è appena terminata e la teoria delle auto blu sta lasciando il cortile immergendosi, corteo tronfio e spocchioso, nel traffico della città. L’uomo a quel punto tira fuori la granata, toglie la sicura e lancia l’ordigno verso il palazzo di fronte. La bomba rotola sul marciapiede ed esplode investendo un gran numero di passanti e curiosi assiepati per assistere all’evento. Immediatamente gli sguardi inquisitori cercano l’autore del gesto che si trova ancora lì, sul marciapiede di fronte, quasi indifeso. C’è una tale quantità di agenti delle forze dell’ordine che in un baleno sono sull’attentatore mentre già qualche civile gli aveva messo le mani addosso per fare giustizia sommaria ma immediata.

Luigi Calabresi, commissario capo dell’Ufficio politico della Questura di Milano, fu assassinato nel 1972.

Questo il verbale dell’autorità di pubblica sicurezza: «Verso le ore 11:00 di ieri, – recita il primo rapporto giudiziario sulla strage – al termine della cerimonia per lo scoprimento del busto del Commissario Capo di P.S. dr. Luigi Calabresi, avvenuta nel cortile della Questura di Milano, un individuo, che sostava sul marciapiedi opposto a quello dove è ubicato l’ingresso della Questura stessa, ha lanciato in direzione dell’ingresso medesimo un ordigno, che è esploso. La Forza pubblica in servizio sul posto ha subito tratto in arresto l’attentatore, il quale, dopo essere stato sottratto ad un tentativo di linciaggio da parte dei numerosi presenti, è stato portato negli uffici della Questura. Qui è stato trovato in possesso, tra l’altro, di un passaporto intestato a tale MAGRI Massimo, nato a Bergamo il 30.7.1942, che lo stesso attentatore ha subito indicato come falso. Egli ha quindi dichiarato oralmente di chiamarsi Bertoli Gianfranco, in oggetto indicato, e di essere arrivato a Milano la sera precedente proveniente da Haifa, via Marsiglia. La deflagrazione ha provocato la morte di Bartolon Gabriella, nata a Milano il 6.1.1950 ed il ferimento di altre 42 persone, generalizzate nell’allegato elenco».

In realtà le persone uccise saranno 4: Felicia Bartolozzi, 60 anni; Gabriella Bortolon, 23; Federico Masarin, 30; Giuseppe Panzino, 63) e i feriti 52.

Chi è Gianfranco Bertoli? Qual è il senso di quel gesto? Chi voleva realmente colpire?

Gianfranco Bertoli, terrorista vicino ad Ordine Nuovo, autore della strage.

Al momento dell’arresto Bertoli si dichiara «anarchico individualista stirneriano» e il primo processo celebrato contro di lui seguirà la linea dell’anarchico isolato che aveva agito di propria iniziativa per colpire il simbolo dell’autorità e vendicare i compagni perseguitati. In quel procedimento fu condannato all’ergastolo, condanna poi confermata sia in appello, sia in cassazione.

C’era però qualcosa che non quadrava nella ricostruzione dei fatti; nella sentenza di condanna così scrive il giudice: «La mattina del 17 esce di buon’ora (alle 7:30 secondo il teste Benzoni), compra il Corriere della Sera, dove apprende che ci sarà la manifestazione in Questura alle 10:30, prende il metrò per piazza Duomo e a piedi si reca in via Fatebenefratelli; ivi, a suo dire, giunge alle 10:40, avendo intenzione di arrivare a cerimonia già iniziata. Ritiene che la manifestazione durerà ancora parecchio e allora va a prendere un cognac in un bar distante circa 50-100 metri dall’ingresso della Questura. Esce, si accorge che la manifestazione è finita e alcune auto già vanno via. Si avvicina in fretta all’ingresso della Questura e dal marciapiedi opposto lancia la bomba in direzione delle autorità che stanno uscendo; il lancio però riesce corto, l’ordigno rotola lateralmente all’ingresso di 5-6 metri e poi esplode».

La tesi di Bertoli secondo cui si possa uscire di casa con una bomba a mano nella tasca dei pantaloni, così come se fosse un oggetto di uso quotidiano (senza avere un preciso scopo ma portata con sé, si potrebbe dire, per una qualsiasi eventualità), sapere per puro caso dalla distratta lettura del giornale mattutino che ci sarà una manifestazione con il ministro degli interni e decidere lì lì su due piedi di agire appare, francamente, irricevibile. Bertoli sarebbe uscito di casa con una granata in tasca e venuto a sapere che c’è Rumor alla Questura dice tra sé e sé: «quasi quasi la tiro a lui, ma con calma, tanto c’è tempo, faccio prima un salto al bar»?

La provenienza di Bertoli dalla galassia anarchica e più in generale la sua appartenenza al mondo extraparlamentare di sinistra appare da subito una coperta che lascia scoperti i piedi. Da più fonti Bertoli è indicato come la «fonte Negro» dei Servizi con cui avrebbe collaborato nella seconda metà degli anni ’50. Lo conferma, da ultimo, nel 2002 il generale Nicolò Pollari (ex-direttore del Sismi), davanti ai giudici della terza Corte d’Assise d’Appello di Milano sostenendo che Bertoli è stato un informatore del Sifar prima, e del Sid in seguito. Nella seconda metà degli anni ’60 sarebbe rientrato nell’orbita dei Servizi con una funzione poco chiara ma certamente di carattere internazionale; si conoscono infatti non solo le sue vicinanze a gruppi dell’estrema destra francese ma anche una sua lunga e misteriosa permanenza in un kibbutz israeliano analizzata anche nella requisitoria svolta in appello dal Procuratore Generale, Laura Bertolè Viale: «L’ingresso di Bertoli in Israele era avvenuto senza controlli, senza visita medica, senza attese, con un passaporto privo delle firme e dei bolli regolamentari. Inoltre il passaporto era intestato “Massimo Magri” mentre le lettere di presentazione, essenziali per entrare in un kibbutz, erano a nome “Roberto Magri”. Bertoli fu fatto fuggire dall’Italia dal Sid e da uomini legati al Mossad. E’ uscito ed entrato da quel paese più volte, sfruttando una corsia preferenziale e protetta, anche per compiere attentati e frequentare terroristi di destra. È del tutto evidente la collaborazione fra i servizi segreti italiani e israeliani. Non si spiegherebbe altrimenti ciò che è accaduto».

Ci vorrà il grande lavoro svolto tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 dal giudice istruttore Antonio Lombardi, poi accolto nella sentenza del giudice per le indagini preliminari Guido Salvini, per fare un po’ di luce nell’oscuro e intricato panorama di quegli anni. Scrive Salvini: «Nel corso di alcune confidenze [con un altro detenuto] Bertoli aveva dismesso la sua maschera di sinistra ammettendo di essere un uomo in contatto con la destra, di essere stato protetto durante la sua permanenza in Israele dai Servizi Segreti e di essere stato poi in contatto a Marsiglia, prima dell’attentato del 17.5.1973, con camerati francesi. Sempre secondo le confidenze di Bertoli, egli non aveva portato la bomba ananas dall’estero, bensì l’aveva ricevuta a Milano da un camerata pochissimo prima dell’attentato». Non dissimile è quanto ha riferito Gianfrancesco Belloni ad Antonio Lombardi; Belloni, che era un militante/infiltrato in Ordine Nuovo per conto del S.I.D., ha dichiarato di aver appreso da un altro informatore del S.I.D. di Padova, Guido Negriolli, che Gianfranco Bertoli era legato ad esponenti di Ordine Nuovo, era un «burattino» manovrato da altri che lo avevano armato per portare a termine un compito specifico: eliminare l’on. Rumor per accelerare il programma della «strategia della tensione».

Mariano Rumor è stato per cinque volte Presidente del Consiglio

Avvalendosi della collaborazione di due esponenti di peso del mondo dell’eversione nera veneta, Carlo Digilio e Martino Siciliano, Salvini può fissare alcuni punti: Rumor era sì l’obiettivo della bomba ma per ragioni profondamente diverse da quelle indicate dall’attentatore. Verso il politico, infatti, la destra veneta che ruotava attorno ad Ordine Nuovo, nutriva un profondo astio, risentimento così acceso da armare la mano di Gianfranco Bertoli e spingerlo, il 17 maggio 1973, ad attentare contro la vita dell’allora ministro degli Interni. Digilio spiega che l’azione di Bertoli, secondo Ordine Nuovo, doveva essere una vera e propria vendetta, una sorta di azione punitiva. In effetti, i dirigenti di Ordine Nuovo ritenevano responsabile Rumor, all’epoca della bomba a Piazza Fontana Presidente del Consiglio, di non aver attivato il meccanismo concordato secondo il quale il governo avrebbe dovuto decretare lo «stato di emergenza» cavalcando l’agitazione e la preoccupazione del momento da parte dell’Italia più tradizionalista e conservatrice, mettendo in moto i militari che avrebbero saputo che sbocco dare alla crisi favorendo la realizzazione di una stretta autoritaria.  Insieme a Rumor partecipava un gran numero di autorità politiche e istituzionali; restano tutti illesi. Le vittime sono comuni cittadini.

Il profondo risentimento di Ordine Nuovo verso Rumor fu confermato a Digilio da Marcello Soffiati e da Carlo Maria Maggi durante gli incontri che spesso i tre avevano modo di fare alla trattoria «Lo Scalinetto» a Venezia. Soffiati, come Digilio, era ben inserito nella rete informativa americana tanto che entrava senza problemi alla base con il comando FTASE, mentre Maggi, che di professione faceva il medico, era il capo politico di Ordine Nuovo in Veneto. Un paio di queste cene si erano svolte pochi giorni dopo il 12 dicembre, durante le feste di Natale del ’69. In particolare Maggi era deluso e disse, secondo quanto riporta Digilio, che di fronte alla inaspettata ma decisa reazione dell’opinione pubblica vi era stata una «ritirata» di Rumor il quale aveva impedito un’immediata presa di posizione da parte dei militari. Non si doveva trattare, evidentemente, di una esplicita presa del potere quanto di un primo intervento che avrebbe dovuto dare inizio ad un maggior controllo dei militari sulla vita del Paese senza un vero e proprio colpo di Stato. Ciò avrebbe permesso comunque l’uscita allo scoperto dei Nuclei di Difesa dello Stato con funzione di appoggio e di propaganda in favore dei militari. Dell’esistenza di questo progetto Digilio ne avrebbe avuto riprova anche da una diversa fonte, il capitano Carret, il quale gli confermò che quello era stato il progetto, ben visto anche dagli americani, e che era fallito per i tentennamenti di alcuni democristiani come Rumor. Carret aveva anche spiegato che nei giorni successivi alla strage le navi militari, sia italiane sia americane, avevano avuto l’ordine di uscire dai porti perché, in caso di manifestazioni o scontri diffusi, ancorate nei porti potevano essere più facilmente colpite. Infine, anche con Sergio Minetto, a casa di Bruno Soffiati, Maggi aveva fatto commenti simili, prima e indipendentemente rispetto al capitano Carret.

La tesi che Rumor avesse giocato un ruolo fondamentale in quello snodo fondamentale che è stato Piazza Fontana e che, non avendo rispettato gli accordi tirandosi indietro all’ultimo momento, dovesse essere punito in maniera esemplare è sostenuta anche da Vincenzo Vinciguerra il quale ha più volte raccontato che già nel ‘71 gli era stato proposto di uccidere il politico. Ciò che lo aveva insospettito era la stana modalità con la quale sarebbe avvenuto il fatto. Vinciguerra doveva uccidere Rumor nella sua casa di Vicenza con il favore e la passiva collaborazione della scorta dell’onorevole che non gli avrebbe impedito l’accesso all’abitazione permettendogli di procedere con l’esecuzione. Sia le motivazioni, sia le condizioni di attuazione del piano non convinsero l’ordinovista il quale ipotizzò che si trattasse di un’operazione suicida in cui la scorta di Rumor avrebbe permesso l’accesso al killer ma ne avrebbe poi impedito l’uscita per non lasciare traccia alcuna dell’episodio. Un’ipotesi plausibile solo con la complicità – se non proprio con il patrocinio – del Ministero degli Interni. Del resto l’ipotesi di un’azione con poche possibilità di uscirne è in parte confermata dal fatto che Bertoli viene immediatamente catturato in un contesto poco protetto per lui.

Digilio dimostra di essere non solo ben aggiornato ma di essere ben inserito nel complesso sistema della rete informativa ed operativa che faceva capo all’alleanza atlantica; grazie alla sua collaborazione Guido Salvini ha potuto far chiarezza su una parte di tale sistema che nel nord-est vedeva, come centro di raccolta informazioni, le basi di Vicenza e Verona e che attraverso contatti quali il capitano Carret e, successivamente, il capitano Richards acquisivano notizie sensibili da parte di fonti organizzate gerarchicamente e di cui Sergio Minetto, Bruno Soffiati ed il figlio Marcello costituivano gli elementi più in vista.

Anche se molti particolari della vicenda restano oscuri altri appaiono evidenti e coerenti in un quadro golpista che è stato in più occasioni riconosciuto anche a livello di verità processuale, seppur non abbia poi prodotto le conseguenti condanne per l’impossibilità di definire le singole responsabilità.

Un buon numero di particolari sono oggi noti perché li ha messi nero su bianco nella sua istruttoria Antonio Lombardi. Carlo Maria Maggi, dopo aver più di una volta provato a convincere Vincenzo Vinciguerra ad uccidere Rumor, sceglie Gianfranco Bertoli; quest’ultimo viene portato in un appartamento che era nelle disponibilità di Marcello Soffiati in via Stella a Verona per l’addestramento psicologico e militare. In quell’appartamento transitano in quei giorni Carlo Digilio, Francesco Neami, Giorgio Boffelli con l’incarico di preparare psicologicamente ed istruire sull’attentato da compiere, sull’uso della bomba e sulle risposte da fornire agli inquirenti in caso di arresto. Enzo Maria Dantini procura i soldi necessari per l’operazione chiedendoli ad Angelo Izzo; si tratta di circa 6 milioni frutto di una rapina che Izzo consegna a qualcuno a Marsiglia e da qui arrivano a Bertoli. Sandro Rampazzo e Camillo Virginio accompagnano l’attentatore a Milano e stazionano nei pressi della Questura per fornirgli aiuto logicistico e favorirne la fuga. Bertoli agiva come terminale di un gruppo eversivo che auspicava una svolta reazionaria di stampo autoritario anche attraverso l’intervento dei militari; di questo gruppo facevano parte Attilio Lercari, Giancarlo De Marchi, Eugenio Rizzato, Remo Orlandini, Amos Spiazzi. La bomba fu procurata il giorno prima da Giuliano Bovolato. I Servizi facevano da controllori e garanti perché, secondo Lombardi, Gianadelio Maletti, Sandro Romagnoli e Antonio Labruna non soltanto omisero notizie e informazioni preziose per l’autorità giudiziaria ma occultarono documenti e nastri magnetici in cui si parlava dell’attentato.

La strage della Questura, rimasta spesso ai margini dell’immaginario collettivo sugli anni di piombo, è invece un punto centrale e decisivo. In essa sono implicate le ben più note vicende di Piazza Fontana, con tutti i suoi corollari (Rumor, Calabresi, Pinelli), ma anche le trame golpiste, da quelle della notte dell’Immacolata del ’70 a quelle ancora più segrete e sconosciute de «La rosa dei venti» che chiamano pesantemente in causa non solo i vertici dei Servizi segreti e gli alti comandi militari, ma anche il gotha dell’industria e della finanza italiana del periodo. Bertoli fu un ingranaggio di un complesso sistema, scelto probabilmente perché manovrabile più comodamente di altri (Salvini scrive che Bertoli [era] uomo certamente telecomandato dalla Rosa dei Venti), pedina mossa su uno scacchiere complesso e affollato il cui obiettivo rimaneva il colpo di stato; l’attentato doveva contribuire ad alzare il livello di tensione politica e sociale e favorire un intervento autoritario ma la parziale riuscita, con il bersaglio principale mancato, e l’arresto in flagranza di Bertoli avevano compromesso una parte dell’operazione che prevedeva altre azioni simili (ad esempio il maldestro tentativo di Nico Azzi sul treno Torino-Genova-Roma). Amos Spiazzi, del resto, aveva fatto cenno già al giudice Tamburino di una mobilitazione golpista prevista per il 2 giugno 1973 e rimandata sia per i contrasti interni al gruppo dirigente sia per i pedestri fallimenti di Azzi e Bertoli.

Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, muore cadendo da una finestra della Questura di Milano il 15 dicembre 1969.

Ancora oggi, però, non siamo venuti a capo dell’intera faccenda che va sotto il nome di «strategia della tensione»; i fatti e i personaggi perdono solidità, si liquefanno, evaporano addirittura e si perde ogni riferimento. A noi resta la strana sensazione che si prova appena si tenta di penetrare l’enigma di quella stagione, la stessa che si avrebbe su un nastro di Möbius in cui si percorrono entrambe le facce del nastro senza avvertire alcuna interruzione nel passaggio dall’una all’altra, un disorientamento radicale per l’impossibilità di dire su quale faccia ci si trovi.

Nel successivo articolo … Il caso Moro

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