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Il caso Moro

Settimo appuntamento per l’edizione speciale de “il Ronzìo” sul più oscuro periodo della Repubblica Italiana.

A mezzo secolo di distanza restano ombre mai chiarite e verità ufficiali incoerenti che fanno della vicenda Moro il buco nero della Repubblica.

di Mennato Tedino

* Aldo Moro ha ricoperto cinque volte la carica di Presidente del Consiglio. Fu assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978.

Laureato in Filosofia, è docente di Filosofia. Si interessa di teoresi ed estetica in musica, cinema, teatro e arti figurative.

Nel precedente articolo … La strage alla questura di Milano

MORO, UNA STORIA SBAGLIATA

Via Fani, i 55 giorni del sequestro di Moro e la sua barbara uccisione, proprio come Piazza Fontana, Piazza delle Loggia, l’Italicus o la bomba alla stazione di Bologna, continuano a restare, dopo oltre quarant’anni, fatti di cui si conosce una falsa verità. Più versioni sono state date nel corso del tempo e tutte hanno mostrato la corda; nonostante ciò, la vulgata su quel giorno è più forte delle evidenze che dimostrano come la dinamica degli eventi, il numero delle persone coinvolte, il loro ruolo nell’azione, le armi usate, le traiettorie di tiro, i reperti archiviati, sono in contrasto con ciò che è stato fatto passare come versione dei fatti e, pur non avendo ancora una convincente ricostruzione si può di certo affermare che quanto oggi si spaccia per verità non corrisponde a ciò che quella mattina è realmente accaduto. La versione data dai brigatisti presenta così tante zone d’ombra da non poter essere, ad oggi, più ritenuta attendibile. Del resto, anche uno dei fondatori della Brigate Rosse, Alberto Franceschini, ha espresso le sue perplessità quando ha detto che nel sequestro Moro furono utilizzate tecniche che non avevano nulla a che fare col tipo di azione caratteristico delle BR.

L’attentato in via Fani del 16 marzo 1978.

La versione ufficiale dei fatti riguardanti il «caso Moro» può essere riassunta in breve. La mattina del 16 marzo 1978, alle ore 9:00, l’on. Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, è in macchina intento a raggiungere Palazzo Montecitorio per la discussione parlamentare e il successivo voto di fiducia del nuovo esecutivo nominato solo 5 giorni prima; si tratta del quarto governo Andreotti. Il nuovo esecutivo è il frutto di un lungo lavoro, quasi ventennale, con il quale Moro è riuscito ad attirare all’interno della compagine di governo anche il Partito Comunista Italiano. «Strategia dell’attenzione», «Compromesso storico», «Solidarietà nazionale», lo si chiami come si vuole ma quel momento era decisivo per le sorti future della Penisola; da un lato cancellava l’ostracismo nei confronti del PCI e dall’altro permetteva alla democrazia italiana di entrare finalmente in una fase di maturità consentendo di immaginare ad una fase di reale e compiuta alternanza alla guida del Paese. In effetti storico lo fu quel momento ma per altre e tristi ragioni e ciò che poteva essere non fu, né allora, né dopo. In ogni caso la macchina di Moro, una Fiat 130, sta percorrendo via Fani. Ha da poco lasciato la casa del politico; alla guida c’è l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, al suo fianco la guardia del corpo di lunga data di Moro, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi; Moro siede sul sedile posteriore. La 130 è seguita da una Alfetta di scorta con tre poliziotti: Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. Quando il piccolo corteo sta per arrivare nei pressi dell’incrocio con via Stresa una Fiat 128 bianca con targa diplomatica si immette in strada proprio davanti alla macchina di Moro e in corrispondenza dello stop dell’incrocio si ferma. A quel punto, il piccolo convoglio si ferma e da dietro alcune fioriere che si trovavano dall’altra parte della strada sbucano quattro persone vestite da avieri che fanno fuoco sulla 130 e sull’Alfetta. In pochi secondi la scorta di Moro viene trucidata; il presidente viene prelevato di forza ed è costretto a salire su una macchina, un Fiat 132, che era pronta a pochi metri e con la quale viene portato via dalla scena dell’agguato. L’obiettivo è il covo di via Montalcini 8 che viene raggiunto dai brigatisti dopo oltre mezz’ora e dopo aver effettuato due trasbordi del prigioniero dapprima su un furgoncino e successivamente su una Ami 8. In quell’appartamento era stato ricavato un piccolo spazio lungo meno di 3 metri e largo meno di 2 dove Moro avrebbe trascorso tutti i 55 giorni della sua detenzione. Nei quasi due mesi in cui il presidente della DC è stato tenuto prigioniero si sarebbe svolto un processo politico al termine del quale le BR decretano la morte dell’ostaggio. Le BR, in questo stesso periodo, hanno emesso 8 comunicati (uno falso in cui si annunciava la morte di Moro il 18 aprile era stato «prodotto» dal comitato tecnico ristretto che gestiva l’emergenza da un’idea di Steve Piezcenick, l’esperto americano mandato in Italia per gestire il sequestro del presidente DC). L’esecuzione sarebbe avvenuta la mattina del 9 maggio 1978 nel garage di via Montalcini all’interno del portabagagli di una Renault 4 rossa e gli esecutori materiale sarebbero stati Mario Moretti e Germano Maccari. A quel punto la macchina con il cadavere dell’on. Aldo Moro sarebbe stata portata in via Caetani e parcheggiata nei pressi dell’incrocio con via dei Funari. A mezzogiorno circa Valerio Morucci – che con Adriana Faranda aveva svolto il ruolo di postino consegnando le lettere di Moro e i comunicati delle BR – telefona al professore Franco Tritto, assistenti di Moro all’università, chiedendogli di comunicare alla famiglia dove si trovava il corpo del loro congiunto.

Aldo Moro durante il periodo della prigionia.

Questo stringato racconto dei fatti rappresenta lo scheletro della versione passata in sede processuale come la verità e frutto di più voci tra le quali quelle dei brigatisti, segnatamente Valerio Morucci che qualche anno dopo i fatti ha fissato in un memoriale il suo resoconto sulla vicenda. Ma su di essa oggi si nutre più di un dubbio partendo innanzitutto dalle evidenze oggettive che il cadavere di Moro presenta e che mal si conciliano o che non si spiegano affatto se si accoglie per vera quella versione.

I punti salienti di questa che chiameremo la versione ufficiale sono tre. Il primo è che in via Fani hanno operato soltanto uomini delle Brigate Rosse. Si tratta di 9 militanti: Mario Moretti (nome di battaglia «Maurizio»)alla guida della 128 con targa diplomatica aveva il compito di bloccare la 130 su cui viaggiava Moro fermandosi allo stop dell’incrocio tra via Fani e via Stresa; Valerio Morucci («Matteo»), Prospero Gallinari («Giuseppe»), Franco Bonisoli («Luigi») e Raffaele Fiore («Marcello»), avevano il compito di sparare sulle due auto del convoglio che, una volta ferme offrivano un facile bersaglio; Alessio Casimirri («Camillo») e Alvaro Lojacono («Otello») con una 128 bianca dovevano posizionarsi in coda al corteo con la funzione di «cancelletto alto», come in gergo veniva chiamato il blocco posteriore della zona delle operazioni, per bloccare l’accesso da via Fani, Bruno Seghetti («Claudio») alla guida della 132 era incaricato di avvicinarsi in retromarcia per favorire il carico del sequestrato, prelevarlo e ripartire ed infine Barbara Balzerani («Sara»), in posizione di cancelletto basso doveva collocarsi al centro dell’incrocio per bloccare qualsiasi accesso indesiderato alla scena da via Stresa.

Ciclo di otto seminari sul caso Moro: l’eccidio di via Fani, i punti oscuri del memoriale Morucci, i testimoni oculari e i possibili scenari alternativi, i 55 giorni del sequestro, la tragica conclusione in via Caetani e le ipotesi sulla morte del presidente della Democrazia Cristiana.

Innanzitutto sappiamo che almeno un altro brigatista era in via Fani quella mattina; si tratta di Rita Algranati («Marzia») che fungeva da vedetta e doveva segnalare a Moretti l’arrivo delle auto del presidente. Ma sono soprattutto i riscontri testimoniali e balistici che lasciano interdetti. I brigatisti hanno sempre sostenuto che le loro armi si sono, in vari momenti dell’azione, a più riprese e a turno, tutte inceppate ma alcuni testimoni oculari hanno raccontato che vi era una persona vestita da aviere che sparava con perizia e senza incertezze o tentennamenti; in effetti, dai bossoli ritrovati sappiamo che più della metà dei proiettili sparati in via Fani era stata esplosa dalla stessa arma il che fa supporre che a sparare fosse un professionista freddo ed esperto mentre, per ammissione degli stessi brigatisti, il tono emotivo dei partecipanti all’azione era di persone estremamente eccitate, nervose, scosse. Mario Moretti ha raccontato in più occasioni che la notte prima dell’agguato non riuscì a dormire e Morucci nel suo memoriale dice espressamente durante l’operazione del 16 marzo, nel bel mezzo dell’azione, per qualche attimo restò confuso e disorientato, incapace di avere il pieno autocontrollo.

Tutto ciò è comprensibile se si pensa che per le BR era la prima volta che veniva messa in atto un’azione di quella portata e dunque era più che comprensibile la tensione dei partecipanti. Un’inchiesta molto accurata di Gianluca Cicinelli intitolata «Coperti a destra» ha dimostrato a partire dai reperti che la tesi ufficiale secondo cui in via Fani si è sparato solo dal lato sinistro della strada non regge; ma siccome le BR sostengo di aver sparato solo da sinistra sorge il dubbio che altri fossero presenti sul luogo della strage. Va detto anche che la scena del crimine, prima ancora di eventuali depistaggi voluti e studiati fu pesantemente inquinata dalla presenza di una folla di giornalisti e semplici curiosi che poterono addirittura entrare all’interno dello spazio in cui si era sparato. Tutti ricorderanno le drammatiche scene mandate in diretta televisiva dal TG1 con l’inviato Paolo Frajese che si aggirava senza problemi tra le macchine con ancora i cadaveri all’interno e la sua frase, rivolta probabilmente ad un uomo delle forze dell’ordine che gli raccomandava attenzione: «Scusa… scusa… stavo pestando inavvertitamente dei bossoli». 

Come si siano effettivamente svolti i fatti la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani resta ancora un mistero perché i dubbi legittimi che si possono sollevare restano pur sempre dubbi e nulla aggiungono alle poche certezze che abbiamo. Peraltro è facile alzare polveroni solleticando l’immaginazione complottista e intorbidire, così, le acque che una volta opache non lasciano intravedere più alcunché. Il caso della lettera anonima giunta alla «Stampa» di Torino nel novembre del 2010 ne è un esempio; in essa lo scrivente sostiene di essere il passeggero della fantomatica moto Honda vista in via Fani e di lavorare per i Servizi Segreti alle dipendenze del colonnello Guglielmi con l’incarico di proteggere l’azione delle BR da qualsiasi disturbo esterno.

Le lettere anonime non lasciano mai il tempo che trovano perché hanno il terribile potere di agire sotterraneamente nella mente del lettore e di instillare solo dubbi senza generare alcuna certezza. Il colonnello Guglielmi ha confermato di essere in zona a quell’ora ma era per far visita ad un suo commilitone, il colonnello D’Ambrosio che abitava poco distante da via Fani.

Il secondo elemento caratteristico della versione ufficiale è la tesi che la prigione di Moro sia stata una sola durante i 55 giorni del sequestro, ubicata nell’appartamento di via Montalcini 8. In una delle stanze i brigatisti avrebbero ricavato un piccolo spazio per ospitare Moro tirando su un tramezzo con il cartongesso; in questa stanzucola c’era lo spazio per il letto e poco altro tanto che il prigioniero era costretto a passare il tempo o seduto o sdraiato. Contro questa versione sono state avanzate una serie di obiezioni estremamente convincenti. Innanzitutto è stato notato che le condizioni fisiche generale presentate dal cadavere del presidente denotavano un tono muscolare incompatibile con due mesi di totale inattività; il suo colorito non era smorto come ci si aspetterebbe dal viso di un uomo chiuso in un locale senza finestre per tanto tempo, appariva addirittura abbronzato come di chi avesse trascorso del tempo al sole. Moro, peraltro, soffriva di una leggera claustrofobia ed aveva avuto attacchi di panico in ascensore; è nota la sua paura di prendere gli aerei. Infine, sotto le sue scarpe e nel risvolto dei pantaloni fu rinvenuta della sabbia proveniente, come si appurò in seguito, dal litorale laziale, segnatamente un arenile. Altri reperti rimandano a zone diverse nei dintorni di Roma cosicché, pur non avendo prove schiaccianti, oggi si è orientati a credere che Moro sia stato tenuto prigioniero in più posti. La Commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni ha ipotizzato che il primo luogo di prigionia sia stato un appartamento di via Massimi 91 all’interno del quale era stato ricavato uno spazio adeguatamente ampio per il prigioniero dotato di confort e servizi, chiuso con una parete scorrevole. A favore di tale ipotesi giocano diversi fattori; nei giorni immediatamente successivi al sequestro, ad esempio, lo stabile di via Massimi fu segnalato come possibile prigione dalla Guardia di Finanza che aveva raccolto informazioni riservate e attendibili; inoltre la sistemazione era estremamente funzionale per gli scopi dei brigatisti perché dai garage del palazzo era possibile arrivare direttamente agli appartamenti con un ascensore che arrivava fino ai locali seminterrati senza dover uscire all’esterno agevolando certamente il trasbordo di un rapito. In più si deve tener presente che via Licinio Calvo, la strada dove furono abbandonate le auto usate per il sequestro è proprio nei pressi di via Massimi ed infine, elemento secondo me decisivo, quell’appartamento è a soli 4 minuti di macchina da via Fani. Rapire un politico del calibro di Aldo Moro e andarsene in giro per Roma con il rischio di essere fermati dalle forze dell’ordine, che nel frattempo sarebbero state certamente allertate, per raggiungere un covo per arrivare al quale occorrevano circa 30 minuti di macchina, seguendo un percorso tutto interno alla città con due trasbordi fatti comunque in posti «pubblici» e non adeguatamente protetti appare altamente rischioso rispetto ad una operazione da consumarsi in uno spazio molto più contenuto e senza complessi e pericolosi passaggi dell’ostaggio.

Altre sono state le prigioni di Moro benché attualmente ciò che abbiamo a disposizione sono supposizioni più o meno suffragate da elementi a sostegno. Nei due volumi d’inchiesta che Paolo Cucchiarelli ha dedicato al «caso Moro», Morte di un Presidente e L’ultima notte di Aldo Moro, si cerca di individuare alcune di queste località. Una potrebbe essere lo stabile della Vecchia Posta a Palo laziale, attualmente adibito ad hotel, un’altra potrebbe trovarsi all’interno di uno stabilimento balneare della Guardia di Finanza a Focene, qualche traccia rinvia alla zona di Manziana, nei pressi del lago di Bracciano, un’altra in un negozio/deposito di stoffe a via dei Falegnami, nel centro di Roma.

Contro questa ipotesi si potrebbe avanzare l’argomento che muovere l’ostaggio comportava inutili rischi per la possibilità di essere intercettati; in effetti, un prigioniero viene spostato quando il luogo della detenzione è stato scoperto, il che potrebbe essere accaduto anche più di una volta nel caso di Moro. Solo indizi, certo, spesso scollegati, d’accordo, ma essi, pur non offrendoci una verità, contribuiscono comunque a smascherare qualche bugia.

Infine, terzo elemento irrinunciabile per la versione ufficiale è il luogo, le modalità e i responsabili della morte del presidente. Secondo i brigatisti Moro sarebbe stato ucciso la mattina del 9 maggio nello stesso portabagagli della Renault 4 rossa nel quale verrà fatto ritrovare in via Caetani quello stesso giorno. La vettura, al momento dell’esecuzione, era parcheggiata nel garage di via Montalcini e da lì si sarebbe mossa, guidata da Moretti, verso il centro di Roma.

Contro questa tesi ci sono evidenze che smentiscono il racconto delle BR. Cucchiarelli lo spiega in maniera molto dettagliata in L’ultima notte di Aldo Moro corroborato dalle conclusioni di una perizia accurata. Innanzitutto la presenza di bossoli all’interno dell’abitacolo della Renault 4 incompatibile con tesi secondo cui a Moro avrebbero sparato Mario Moretti e Germano Maccari dall’esterno del veicolo. In tal caso sarebbe inspiegabile la presenza di bossoli addirittura sotto il sedile del guidatore e nella zona dei pedali sotto il volante; tale presenza si spiega invece se chi spara si trova seduto sul sedile anteriore del passeggero e chi viene investito dai proiettili sul sedile posteriore dietro il guidatore. La posizione del corpo del politico non è certamente quella in cui si trovava quando è stato ucciso, essa non è compatibile con le macchie di sangue trovate nel bagagliaio né con quelle rinvenute sul vetro dello sportello posteriore sinistro e sull’imperiale dell’abitacolo. Infine, la coperta con cui era coperto il cadavere di Moro non presentava fori prodotti da proiettili il che è oltremodo bizzarro se si vuol dar credito alle testimonianze dei brigatisti secondo cui la coperta servì per evitare al condannato l’angoscia dell’esecuzione. Ciò che non si capisce è la ragione per cui i brigatisti sostengano una tesi evidentemente falsa.

In ogni caso l’idea che si è fatto Paolo Cucchiarelli, e che illustra con dovizia di particolari nel suo volume, è che l’omicidio non era premeditato e che Moro fu ucciso mentre stava per essere liberato perché chi lo aveva in consegna temette una trappola. L’esecutore materiale sarebbe stato Giustino De Vuono, un personaggio molto particolare che si muoveva nelle zone grigie tra delinquenza comune, ndrangheta e gruppi politicizzati, insieme a Tony Chichiarelli, anche lui mischiato in loschi affari tra Servizi Segreti e Banda della Magliana. De Vuono avrebbe addirittura lasciato la sua firma sul corpo dell’on. Moro: una serie di colpi sparati a raggera intorno al cuore. È quanto sostiene, tra gli altri, Monsignor Fabio Fabri, assistente di monsignor Cesare Curioni, secondo cui quando quest’ultimo vide le foto dell’autopsia, ed in particolare il muscolo cardiaco, si lasciò sfuggire un’esclamazione e commentò con don Fabri che lui conosceva il killer, che era un professionista e lo poteva dire con certezza perché quel modo di uccidere era la sua firma. La figura di Giustino De Vuono sembra apparire dal nulla ed invece, si scopre essere stranamente presente anche in via Fani il 16 marzo. È quanto si evince da una foto scattata poco dopo l’agguato in cui si vede un uomo estremamente somigliante al De Vuono e, non molto distante, un giovane che sembra essere Antonio Nirta, nipote dell’omonimo boss della ndrangheta. Ma Giustino «lo scotennato» era stato riconosciuto anche a via Gradoli e, soprattutto, in via Caetani come l’uomo che quella mattina vi aveva parcheggiato la Renault 4.

Anche il ritrovamento del cadavere presenta una quantità notevole di lati oscuri legati alla tempistica degli interventi. Non solo non è chiaro quando la macchina viene lasciata in via Caetani ma, cosa più inquietante, non c’è linearità e corrispondenza tra alcune testimonianze e la versione ufficiale che vede intervenire le forze dell’ordine sul posto in orari ballerini. Vitantonio Raso è l’artificiere giunto per primo in via Caetani allertato per una macchina sospetta. Sia lui sia il maresciallo Circhetta, suo superiore, ricordano che la telefonata di allerta arrivò intorno alle 11:00 del 9 maggio e pochi minuti dopo Raso era in via Caetani. Un dato certo che possediamo è l’orario in cui Morucci telefona a Tritto perché il telefono dell’assistente di Moro era sotto controllo e le telefonate venivano registrate: erano le ore 12:13. Raso sostiene inoltre che Cossiga sia giunto in via Caetani poco dopo le 11:00, forse le 11:30 e quando ha saputo che il cadavere presente nella Renault 4 era quello di Aldo Moro non avrebbe avuto alcuna reazione, come di chi già sapesse tutto.

Ma l’artificiere Raso non è l’unico che anticipa il ritrovamento del cadavere di Moro; Claudio Signorile, che aveva portato avanti la trattiva con le BR per tentare di liberare il presidente, era presente nell’ufficio di Cossiga quando giunge la telefonata che annuncia il ritrovamento della Renault 4 e conferma che la notizia sarebbe giunta intorno alle 11:00. Una testimonianza ulteriore viene dall’allora sottosegretario agli Interni, Claudio Darida, che afferma di aver accompagnato Cossiga in via Caetani in un momento impreciso tra le 11:00 e le 12:00 ma comunque assolutamente prima di mezzogiorno.

Francesco Cossiga, Ministro degli Interni all’epoca del sequestro Moro.

Perché, dunque, si continua a sostenere la versione ufficiale che scandisce gli avvenimenti con circa due ore di ritardo?

Per gestire l’emergenza furono immediatamente creati due comitati di crisi: un «comitato tecnico-politico-operativo» e un «comitato informazione». In realtà, come rivelerà nel 1981 alla «Commissione parlamentare Moro» Francesco Cossiga, che nel ’78 era Ministro degli Interni, ne esisteva un altro non ufficiale che fu quello che nei fatti gesti realmente l’emergenza. Questo comitato era composto da vari esperti ma la personalità più in vista era un americano, Steve Pieczenik, funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano e stretto collaboratore del Segretario di Stato Cyrus Vance. A detta di Pieczenik furono lui e Cossiga i due che presero le decisioni fondamentli nella gestione del sequestro e siccome Cossiga seguiva le indicazioni di Pieczenik, il sequestro e il suo esito lo gestì, evidentemente, quest’ultimo. In un’intervista concessa a Giovanni Minoli, il consulente americano svela che la sorte del prigioniero Moro dipendeva dalle BR in maniera molto relativa perché la faccenda riguardava la stabilità della posizione italiana all’interno degli assetti geo-politici mondiali vigenti in quel momento. Alla domanda del giornalista: «Sostanzialmente, lei fin dal primo giorno ha pensato e ha detto a Cossiga: Moro deve morire?», Pieczenick risponde: «Per quanto mi riguarda, la cosa era evidente. Cossiga se ne rese conto solo nelle ultime settimane. Aldo Moro era il fulcro da sacrificare attorno al quale ruotava la salvezza dell’Italia».

Tutte queste considerazioni portano la ricerca storica a ritrovarsi in uno spazio indefinito nel quale si ha la netta sensazione che la strage di via Fani, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro non possano essere imputati esclusivamente alle Brigate Rosse; per sintetizzare ciò con una battuta si è detto spesso che a via Fani c’erano anche le BR. Ma per tutte le ipotesi che si fanno sulla base di una sensibilità storica non ci sono prove che portino ad una sentenza attraverso la quale questa verità che si intravede sul piano storico possa diventare anche verità processuale.

Ormai non vi sono dubbi che all’origine del «caso Moro» vi sia la politica di apertura al PCI che il politico democristiano aveva perseguito negli ultimi anni. Essa, peraltro, è soltanto l’esito finale di un lungo percorso di attenzione alle sinistre cominciato a cavallo degli anni ’50 e ’60 e concretizzatosi, in prima battuta, con la nascita del centro-sinistra organico i cui governi furono, infatti, guidati proprio da Moro. Per questa ragione egli era da tempo un personaggio sotto osservazione da parte degli americani, sia in senso buono, sia in senso cattivo. È stato più volte ricordato l’episodio che vede protagonista il segretario di stato Henry Kissinger che minaccia, più o meno esplicitamente, Moro ma non è molto conosciuto un fatto altrettanto inquietante di cui dà notizia il giornalista Mino Pecorelli in un articolo dal titolo Dovevo uccidere Moro uscito su «Il Nuovo Mondo d’Oggi» del 19 novembre 1967 nel quale si dice che nel complotto conosciuto come «Piano Solo» un ufficiale, il tenente colonnello Roberto Podestà aveva l’incarico di uccidere Aldo Moro e di far ricadere poi la responsabilità su esponenti della sinistra.

Quando l’articolo di Pecorelli uscì non produsse gli effetti immaginabili, anche perché tutto ciò sembrava simile ad un delirio di uno psicopatico mitomane. In realtà oggi noi sappiamo che effettivamente esisteva un piano, il famoso «Piano Solo», e una lista, la «Rubrica E» degli enucleandi, che prevedeva di arrestare ed internare a capo Marrargiu, base di Gladio, ben 731 persone tra cui molti politici «sgraditi». Non deve risultare, dunque, così bizzarro pensare che Moro fosse un obiettivo del «Piano Solo» dati i suoi rapporti non propriamente distesi con il presidente Segni e, in generale con la fazione filoamericana.

Un secondo episodio, conosciuto solo recentemente, indica Moro come bersaglio omicidiario. Nel 2004 la figlia dello statista democristiano, Maria Fida, rivelò che il padre, allora ministro degli Interni, il 4 agosto 1974 era salito sulla carrozza n° 5 del treno Italicus per raggiungere la famiglia in Trentino per le vacanze estive. All’ultimo minuto però fu fatto scendere da funzionari del ministero per firmare dei documenti urgenti. Nella carrozza n° 5 di quel treno era stato collocato un ordigno esplosivo e incendiario nascosto sotto uno dei sedili che esplose mentre il convoglio transitava nei pressi di San Benedetto val di Sambro facendo 60 vittime (12 morti e 48 feriti). Meno di due mesi dopo Moro fu oggetto di pesanti minacce di morte da parte dell’allora segretario di stato statunitense Henry Kissinger. Era il 25 settembre del ’74 e Aldo Moro si trovava negli USA per una visita di stato con il presidente della repubblica Giovanni Leone; in una stanza d’albergo, lontano da occhi e orecchie indiscreti Kissinger gli disse a brutto muso: «O tu cessi la tua linea politica oppure pagherai a caro prezzo per questo». Moro ne fu talmente scosso che nei minuti successivi si sentì male al punto che il suo medico personale lo fece rientrare precipitosamente in Italia. L’episodio è stato riferito in testimonianza giurata nel 1982 da Corrado Guerzoni, e confermato dalla moglie di Moro, Eleonora.

La necessità di comprendere fino in fondo il «caso Moro», cosa sia accaduto veramente a via Fani, nei 55 giorni del sequestro e la mattina di quel fatidico 9 maggio, quali forze hanno agito e quali obiettivi perseguivano quando hanno deciso di uccidere il presidente della Democrazia Cristiana è questione che riguarda il nostro presente e non, semplicemente, la ricerca storica. Ecco perché a distanza di tanti anni si fa così tanta fatica a ricostruire convincentemente i fatti e a dare linearità agli eventi: le ragioni e i protagonisti che hanno prodotto il tragico esito della vicenda sono ancora valide e presenti dopo mezzo secolo e la scoperta di livelli nascosti in tutta questa storia avrebbe tutt’ora effetti devastanti.

Nei 55 giorni che passano tra via Fani e via Caetani furono messi in campo alcuni canali di comunicazione con i rapitori al di là di quanto appariva ufficialmente e pubblicamente. Sotto la superficie rappresentata dai comunicati delle BR altre linee di dialogo furono attivate. Innanzitutto quella promossa dal Vaticano che, con ogni probabilità, era l’unica che avrebbe potuto avere una qualche possibilità di successo, ma vi fu anche un’azione promossa dal PSI e persino una privata della famiglia Moro. 

Più voci convergono, comunque, su un punto: la trattativa del Vaticano che aveva messo sul tavolo dello scambio un enorme quantità di denaro sembrava destinata al successo fino all’alba del 9 maggio quando, per ragioni che restano oscure, Moro invece di essere liberato fu ucciso. Nei 55 giorni del sequestro le possibilità di chiudere positivamente la vicenda andarono via via riducendosi fino all’esito fatale perché la morte del presidente conveniva a troppi attori presenti su quella scena.

Sulla triste vicenda della morte di Moro e della sua scorta da oltre quarant’anni si allungano tenebre sempre più inquietanti e non sono bastati i tentativi di fare chiarezza della politica e della magistratura; in questa vicenda appare quanto mai vero il detto «ogni volta che si prova a fare luce si produce ombra». Così in ombra ci sono la «guerra fredda», i poteri occulti, la massoneria, i servizi deviati; in luce ci sono soltanto le Brigate Rosse.

Nonostante tutto, questa parte della storia italiana resta ancora, purtroppo, tutta da scrivere.

Nel successivo articolo … Memorie di uno studente degli anni ’70

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