
Ottavo appuntamento per l’edizione speciale de “il Ronzìo” sul più oscuro periodo della Repubblica Italiana.
La crescita industriale ed economica evidenziava notevoli diseguaglianze e asimmetrie, e richiedeva l’introduzione di diritti non più rinviabili. Le lotte degli studenti per il diritto allo studio e degli operai sui diritti sindacali si fondevano in manifestazioni oceaniche.
di Vito Peduto
* Il Movimento Studentesco Fiorentino sfila davanti a Palazzo Medici.

Laureato in Ingegneria Elettronica, è docente in pensione di Sistemi e Reti. È consulente in sistemi micro programmabili.
Nel precedente articolo … Il caso Moro
STUDIO, CONTESTAZIONE E SPERANZA PER UN MONDO MIGLIORE
Particolare emozione, ancora oggi, provo quando si parla della strage di Bologna avvenuta alle ore 10:25 del 2 luglio del 1980. Qualche mese dopo avvenne il terremoto che colpì, principalmente, la Campania e la Basilicata. Fu, il 1980, l’epilogo di una forte tensione sociale politica e culturale cresciuta per tutto il decennio 1970/80; noti, questi anni, come: “anni di piombo”. Durante questo periodo frequentavo l’università a Firenze, dove ancora oggi vivo. Sono stati anni molto particolari. Gruppi politicamente contrapposti, estremisti di sinistra e di destra, in particolare, si fronteggiavano quasi sempre con scontri violenti. Le radici di questa contrapposizione affondano nel precedente decennio, in particolare nelle lotte operaie e studentesche del 1968-’69. Ricordo che, fra noi studenti, c’era molto fermento e voglia di cambiamento. Partecipavamo in massa alle assemblee dove si discutevano le modalità di azione; anche le manifestazioni registravano afflussi notevoli. Moltissimi gruppi e movimenti di giovani crebbero molto proprio in quegli anni; giovani vogliosi di appropriarsi della scena politica e rendersi protagonisti di un cambiamento radicale della società. Sulla scena politica presero il sopravvento le formazioni extraparlamentari: Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia e nacque anche il giornale “Il Manifesto”, molto vicino alle istanze dei giovani. “Il sol dell’avvenir” era dietro l’angolo.
Il Partito Comunista (PCI), la sinistra storica e istituzionale, divenne, in quegli anni, il partito di sinistra più grande d’Europa. Anch’io vi aderii insieme a tanti amici e compagni di università, anche se molti preferirono avvicinarsi a gruppi extraparlamentari, soprattutto a Lotta Continua, perché questo gruppo veniva percepito più radicale nella lotta politica e perciò molto vicino ai giovani. La lotta di classe, negli anni ’70, ebbe la sua massima espressione, evidenziata soprattutto dalle manifestazioni che si susseguivano quasi giornalmente contro il potere costituito. Il capitalismo era il nemico, i padroni gli sfruttatori. La crescita industriale ed economica evidenziava notevoli diseguaglianze e asimmetrie, e richiedeva l’introduzione di diritti non più rinviabili. Le lotte degli studenti per il diritto allo studio e degli operai sui diritti sindacali si fondevano in manifestazioni oceaniche (lo statuto dei lavoratori è del 1970: oggi lo abbiamo smantellato (job act) e abbiamo reso inefficace e precarizzato il lavoro.
Ricordo le occupazioni delle università e degli Istituti Superiori, con picchetti formati da studenti che impedivano l’ingresso ai docenti; la polizia, spesso chiamata dai presidi, manganellava a più non posso e quasi sempre con i suoi “caroselli” e fumogeni disperdeva i manifestanti nelle piazze. Spesso, quando ci andava bene, tornavamo a casa con lividi e gonfiori su qualche arto. All’epoca, capo della DIGOS a Firenze era il nostro compianto Dr. Mario Fasano (cittadino aquarese). Ci incontravamo all’inizio delle manifestazioni e dopo i saluti, mi chiedeva: “chi fosse il capo/i: l’organizzatore/i” io rispondevo sempre che erano “manifestazioni spontanee”, che non avevamo “capi”. Lui rideva e andava a dirigere i suoi uomini già piazzati in assetto antisommossa nei punti strategici della/e piazze. Conosceva tutti/e, nomi, cognomi e cosa facessero. Il suo contributo generale alla lotta al terrorismo, in quegli anni, fu notevole. Durante le manifestazioni, ricordo che, molti di noi uscivano dal corteo, per andare a tirare “pomodori” alla sede del MSI (Movimento Sociale Italiano) e spesso finiva a scazzottate con i missini che presidiavano la loro sede. Tutte le iniziative di lotta venivano discusse in affollate assemblee che si tenevano nelle facoltà di Lettere e/o Architettura. In queste facoltà si discutevano animatamente tutte le iniziative degli studenti. Ingegneria, facoltà a cui ero iscritto, la frequentavo pochi giorni alla settimana.

Una mattina, ricordo ancora, seguivamo una lezione di Analisi matematica 2 sul calcolo infinitesimale: era il dicembre 1974 quando, guardando dalle vetrate delle finestre del plesso in cui eravamo, vedemmo dei “fascisti noti” intenti a distribuire volantini all’ingresso della nostra facoltà. Spesso venivano da noi perché era più facile fare proseliti. Gli iscritti a ingegneria, in generale, appartenevano a classi borghesi; io e pochi altri studenti eravamo figli di operai e quindi anomali. All’improvviso, ci guardammo e uscimmo in massa per mandar via quelli che per noi erano degli “squadristi”. Alcuni di noi si meravigliarono per la partecipazione a questa iniziativa spontanea, il professore ci guardava perplesso e sospettoso, minacciandoci di riferire al preside tale comportamento. Per noi era vitale proteggere noi stessi e la nostra facoltà e non badammo alle sue invettive. Quando ci videro, in tanti, fuggirono, come se gareggiassero i 100 metri. Rientrammo quasi subito a lezione. Solo a Ingegneria poteva accadere tutto ciò. In altre facoltà li avrebbero inseguiti. Ingegneria, comunque, era un covo di “fascisti”, noi “proletari” eravamo pochissimi.
A quei tempi, la mia facoltà era frequentata da quasi tutti uomini, donne nemmeno a parlarne. Eppure, gli anni ’70 furono anni in cui il femminismo ebbe uno slancio e uno sviluppo enorme. Fu in quegli anni che le lotte femministe si concretizzarono in riforme e conquiste sociali: la legge sul divorzio, l’aborto e il nuovo diritto di famiglia, la maggiore età a 18 anni e l’introduzione delle regioni, previste dalla costituzione. Ecco, eravamo consapevoli che lo studio poteva farci allargare i nostri orizzonti e così, migliorare la nostra condizione economica, culturale e sociale liberandoci da anni o secoli di sfruttamento. Frequentavamo librerie e cineforum (quante volte ho visto la famosa “corazzata potemkin”: non le ho contate!) con dibattiti finali che duravano, a volte, intere nottate. Scoprimmo un nuovo modo di rapportarci allo studio, preparavamo gli esami studiando insieme, aiutandoci con lo scambio di appunti in modo che nessuno potesse restare indietro. Studiavamo di notte, si dormiva poco, perché poi, gli esami andavano sostenuti, altrimenti, oltre a non raggiungere i nostri obiettivi, volavano “mazzate (botte da orbi)” e non solo “lavate di testa”, quando si tornava a casa. I controlli dei nostri genitori erano severi. Saltavi un esame: “al prossimo vai a lavorare” sentenziavano; era solo una innocua minaccia ovviamente. Mio padre a volte faceva delle “improvvisate”: lo trovavo, al mio ritorno a casa dopo l’ennesima assemblea, seduto, al buio, nella mia stanza affittata a Firenze, proveniente da S. Maurizio D’Opaglio (Novara), dove lavorava come operaio e, magari la sera prima ci eravamo sentiti telefonicamente (col telefono a gettoni) e gli avevo comunicato che avevo sostenuto positivamente un esame. Era venuto a verificare.
Gli anni ’70 furono costellati di numerosi eventi negativi: rivolta di Reggio Calabria per la disputa del capoluogo di regione (lo slogan dei fascisti di Reggio era: “Boia chi molla”), attentati e stragi fasciste: Italicus, Brescia, le gambizzazioni delle brigate rosse a personaggi più o meno vicine alle istituzioni, giornalisti e responsabili di industrie, oltre ad altri attentati dovuti a gruppi extraparlamentari, fino all’uccisione di Aldo Moro nel’78, rapito e poi ucciso dalle Brigate Rosse. Impressionanti furono le manifestazioni di studenti, operai e cittadini tutti, tutta l’Italia si fermò. Il clima, di quegli anni, era questo.

Nel 1979, pur avendo terminato tutti gli esami, dovetti aspettare l’estate del 1980 per concludere la tesi di laurea. Tesi sperimentale che prevedeva un esperimento particolare a Trapani nel vecchio aeroporto dismesso. Praticamente, da quel punto della Sicilia, nei mesi estivi, si forma o si formava (all’epoca era così) un canale, nell’atmosfera, ad una certa altezza, con correnti ventose, che spiravano dalla punta ovest della Sicilia fino alle coste degli Stati Uniti. L’agenzia spaziale Europea (ESA) e il CNR (comitato nazionale di ricerca) italiano approfittavano di questo evento particolare per realizzare diversi esperimenti legati agli ambiti scientifici più vari: aerospaziali, elettronici, biologici, ecc. Partecipammo come CNR di Firenze e il mio esperimento consisteva nell’acquisire dei segnali informativi, trasmessi da un apparato, posto sul pallone, per caratterizzare particolari canali radio per ricetrasmissioni in particolari condizioni ambientali.

La mattina, verso le ore 7 del 2 agosto 1980 ero in un container con una radio accesa, ascoltavo, assonnato, musica mentre controllavo che tutti gli strumenti dell’esperimento funzionassero, nastri di registrazione, campionatori, schede con microcontrollore per ricevere i segnali, tutti collegati ad un computer HP 2100, per quando avveniva il lancio del pallone contenente gli apparati necessari agli esperimenti. Precise, verso le 09:00, cominciarono le manovre per il lancio. Tutto andò per il verso giusto, l’antenna del pallone si aprì, e così corremmo ai nostri posti a cercare di sintonizzare gli strumenti con gli apparati di bordo del pallone che aveva iniziato a trasmettere. Continuammo freneticamente le nostre manovre per circa un’ora poi fu calma piatta. Non ricevemmo più nulla. A me comunque bastavano quei pochi minuti di registrazione. Provammo ancora a risintonizzare gli apparati sulle frequenze dei segnali base del pallone, quando arrivò la notizia che il pallone, a causa di una perturbazione imprevista e mai verificatasi prima, aveva perso la rotta ed era precipitato sul crinale di una montagna sui confini fra Spagna e Portogallo. Alcune squadre di portoghesi, in contatto con noi, stavano andando a recuperare il possibile. Noi, rattristati dalla perdita degli apparati, alcuni costosissimi, sul pallone sonda, stavamo uscendo dai container, quando all’improvviso, verso le 10:25/30, la radio interrompeva le trasmissioni per trasmettere uno speciale radiogiornale che annunciava l’avvenuta strage della stazione di Bologna. Il giornalista con voce disperata e concitata annunciava la catastrofe avvenuta pochi minuti prima. Increduli, ascoltammo la notizia e costernati uscimmo dai nostri containers pieni di rabbia. Non riuscivamo a capacitarci del perché di tanta ferocia. Tanti morti (alla fine 80) e feriti (oltre 200) innocenti che per caso e a quell’ora si trovavano alla stazione di Bologna. Eravamo stravolti e qualcuno di noi era spaventatissimo per questa strage e per tutte le altre stragi avvenute nel passato. Anche i più moderati tra noi esternavano una rabbia impotente. Pensammo subito ad una strage fascista per le modalità, casuali, con le quali era avvenuta. Colpire e fare quante più vittime e danni possibili. Colpire nel mucchio. Questa era la loro logica. Le brigate rosse, invece, miravano più a persone fisiche esposte nei svariati campi: industriali, politici, sociali, giornalisti, etc; spesso li gambizzavano. La loro massima efferatezza, come già detto precedentemente, fu rapire e poi uccidere Aldo Moro. Seguimmo, impotenti, nelle ore successive e per tutta la giornata del 2 agosto 1980 l’andirivieni, alla stazione di Bologna, dei politici di tutti gli schieramenti. I Bolognesi però riservarono un’accoglienza calorosa soltanto al grande presidente Sandro Pertini, che furioso e in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: “Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia.” Le manifestazioni, spontanee e, quelle che si organizzarono nei giorni seguenti, videro la partecipazione massiccia di tutti gli Italiani che, ancora una volta, si posero come argine alle stragi fasciste.
Nel successivo articolo … Tra conquiste sociali e strategia della tensione

