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La scuola dell'(in)competenza

Invece di elevare la tecnica a disciplina intellettuale, l’abbiamo ridotta a mero addestramento, rubando agli studenti il diritto di capire i “perché” e lasciandogli solo i “come”.

di Sara Intorcia

Studentessa di Economia Aziendale presso l’Università degli Studi del Sannio. È appassionata di filosofia e attualità.

PERCHE’ LA SCUOLA STA RINUNCIANDO A FORMARE I CITTADINI

Nei dati del 2024 sulle iscrizioni alle scuole superiori italiane, un elemento salta immediatamente agli occhi: mentre nel Nord cresce il numero di studenti che scelgono istituti tecnici e professionali, nel Sud aumenta l’attrazione per i licei. Si è quindi corso a trarre una conclusione affrettata: i ragazzi del Nord sarebbero più “realisti”, più pronti al mondo del lavoro; quelli del Sud ancora legati a un’idea “romantica” e forse superata di istruzione.

In questo clima, si sente sempre più spesso invocare un ritorno alla vecchia struttura scolastica: una scuola pensata in funzione del lavoro per la grande maggioranza, e un piccolo gruppo di privilegiati autorizzati a “perdere tempo” su strutture logiche e approfondimenti teorici. In fondo, così funzionava ai tempi dei nostri bisnonni: l’operaio spesso non leggeva, non si interessava di cultura, non aveva accesso alla complessità del pensiero; tornava a casa e accendeva la televisione, relegando conoscenza e ricerca alle élite. Il ritorno a questo sistema, però, è per fortuna impossibile, e il risultato è stato un altro: espandere la “scuola delle competenze” anche ai licei.

Certamente si è trattato di un lungo percorso. Fino almeno agli anni Sessanta, l’istruzione aveva due scopi principali, per due tipi diversi di alunni: l’avviamento al lavoro o il proseguimento degli studi. Ai primi veniva impartita tutta l’educazione di cui avrebbero disposto nella vita; il secondo gruppo necessitava invece di basi eccellenti per affrontare studi superiori che richiedevano un impegno considerevole e un metodo rigoroso. In quel contesto la scuola era severa, basata sull’apprendimento mnemonico ma anche su lunghe ricerche individuali, favorite dalla mancanza di strumenti rapidi: non restava che aprire un’enciclopedia e passare ore a cercare. Tuttavia, l’eccessiva rigidità rendeva quel percorso non adatto a tutti, portando a bocciature che oggi appaiono impensabili.

Telemaco Signorini, Bambina che scrive, fine XIX secolo.

Questa situazione mutò verso la fine degli anni Sessanta, quando le rivolte misero in luce l’elitismo e un metodo d’insegnamento ormai considerato obsoleto. Ebbe così inizio il processo di massificazione dell’istruzione, mosso dalla nobile intenzione di rendere la scuola davvero inclusiva. Tuttavia, è proprio qui che si consuma il paradosso più amaro. È estremamente interessante notare come, nel momento esatto in cui la teoria e il pensiero astratto sono diventati finalmente disponibili a una platea più vasta, l’istruzione si sia chiusa a riccio. Il sistema ha operato una sorta di svuotamento programmato, facendo sì che tra uno studente diplomato nel 1975 e uno del 2025 ci sia una differenza abissale: non tanto nel numero di informazioni accumulate, quanto nella loro applicazione critica al mondo. Abbiamo aperto le porte della scuola a tutti, ma solo dopo aver tolto dal tavolo il piatto forte: la capacità di smontare e rimontare la realtà con il pensiero.

E così sono cambiati anche i paradigmi: dal “sapere” si è passati al “saper fare”, dalle “conoscenze” alle “competenze”. Poiché l’accesso ai licei e alle università è diventato di massa, si è avvertita la necessità di estendere anche a questi ambiti una mentalità più orientata alla preparazione professionale che alla formazione intellettuale fine a se stessa.

Il problema principale sembra essere diventato questo: come fare in modo che i ragazzi sappiano risolvere problemi e destreggiarsi nell’applicazione pratica con il minor sforzo teorico possibile? Oggi tutto deve essere rapido e pragmatico. Non solo non è più richiesto che gli studenti approfondiscano i contenuti, ma sembra quasi che non lo si desideri affatto. Per un insegnante sarebbe molto più complesso pretendere qualcosa in più, chiedendo agli allievi di non essere semplici esecutori di funzioni, ma di padroneggiare anche la teoria che sottende il loro operato. Di conseguenza, si finisce per trascurare la costruzione di un pensiero critico e di una riflessione profonda.

Inoltre, l’abolizione dell’apprendimento mnemonico non è stata affatto raggiunta: si continua a insegnare con metodi vecchi, ma gli studenti portano avanti uno studio ancora più superficiale e limitato. Il risultato è una parte pratica che si riduce a meccanica applicazione di formule e una parte teorica fatta di concetti scarni e scollegati.

A partire da questa visione della scuola come luogo di “competenze”, appare ovvia l’ondata di apprezzamento per gli istituti tecnici. Cosa c’è di meglio di un ragazzo di quattordici anni che scelga immediatamente di imparare un mestiere senza “perdere tempo” su basi teoriche ritenute inutili? Proprio qui risiede il grande problema: l’utilitarismo sfrenato vede gli studenti come nulla più di ingranaggi. Oggi, si cerca di portare questa visione ai licei, mentre, al contrario, si dovrebbe portare il metodo dell’approfondimento ai tecnici e ai professionali.

Esistono infatti due modi di crescere totalmente diversi: quello di chi ha il privilegio di studiare senza la preoccupazione incombente dell’impiego, e quello di chi sa che il proprio percorso sarà solo un prerequisito per il lavoro. Questo sistema è lo specchio delle ingiustizie sociali. Se l’istruzione è un diritto, lo deve essere per tutti allo stesso modo: l’obiettivo dell’educazione non dovrebbe mai essere esclusivamente improntato al lavoro, non se vogliamo vivere in una società con cittadini consapevoli.

Raffaello, Scuola di Atene, 1511.

Ovviamente le persone, e quindi gli alunni, non sono tutti uguali. È dannoso obbligare qualcuno a studiare ciò che non vuole. Ma l’ingiustizia non è l’assenza di specifiche materie umanistiche, bensì il pensare che a un futuro lavoratore tecnico non serva capire la logica, l’etica o la storia del mondo in cui opera. Vogliamo formare un meccanico? Perfetto, allora gli insegneremo la termodinamica e l’impatto etico e sociale della mobilità, rendendolo un uomo libero al pari di qualsiasi esperto di pensiero astratto.

Oggi invece si vuole il contrario, portando ovunque l’errore più discriminatorio: accettare l’idea che esistano ragazzi “non tagliati per la teoria”, condannandoli preventivamente a un’istruzione di serie B. Non è che a un futuro meccanico o a un’estetista non serva la capacità di astrazione; siamo noi che, per comodità del sistema, abbiamo deciso che non ne siano capaci. Così, invece di elevare la tecnica a disciplina intellettuale, l’abbiamo ridotta a mero addestramento, rubando agli studenti il diritto di capire i “perché” e lasciandogli solo i “come”.

A chi va data la colpa? Sicuramente non ai ragazzi, vittime del sistema. La colpa non è nemmeno interamente dei professori: nonostante non manchino docenti frustrati, incompetenti o che considerano l’insegnamento un ripiego, ve ne sono molti validi che faticano a cambiare un meccanismo ormai radicato. Il problema deve essere di natura sociale. È tornata l’idea che per un futuro operaio o tecnico, ma anche per avvocati ed ingegneri, non vi sia alcun bisogno di “riempirsi la testa” con riflessioni che vadano al di là della futura occupazione. Queste sono viste come spreco di tempo nella corsa verso il mondo del lavoro.

Non avvertiamo più il bisogno sociale di informarci oltre il necessario, convinti che basti un clic. Non sentiamo la necessità di discutere in un’epoca in cui la politica si riduce a slogan. Abbiamo creato una scuola speculare a questo mondo: con sempre meno conoscenze e meno voglia di porsi domande. Stiamo barattando la capacità di pensar con l’illusione di saper fare. Ma una società che addestra ottimi esecutori e pessimi pensatori è una società che ha rinunciato a scrivere il proprio futuro, accontentandosi di leggerlo su un manuale d’istruzioni scritto da qualcun altro.

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