«Venti anni contano un giorno nei grandi sviluppi storici – scriveva Marx ad Engels – ma vi possono essere giorni che concentrano in sé venti anni».
di Giovanni Sorgente
* Francesca Caruso, Il potere.

Studente in Scienze storiche e orientalistiche.
L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA (cit.)
Per trovare dei precedenti alle enormi mobilitazioni popolari di questi ultimi mesi in sostegno del popolo palestinese e contro la complicità del governo nel genocidio a Gaza bisognerebbe andare a ritroso fino a più di venti anni fa. Parliamo di un ciclo di mobilitazioni dovuto ad una serie di elementi che, combinandosi in maniera più o meno fortuita, hanno portato in piazza milioni di persone: un’adesione spontanea che ha tuttavia espresso posizioni ben più radicali del bivacco-di-manipoli parlamentare, che non si è schiacciata soltanto sulla solidarietà umanitaria ma ha denunciato apertamente i legami politici, economici e commerciali dell’Italia con Israele. Non è un caso che ora, nella fase di reflusso di questo movimento, centro-sinistra e destra si intendano su disegni di legge che equiparano la critica allo Stato di Israele all’antisemitismo, operazione che rappresenta l’ennesimo attacco alle lotte e una vera e propria criminalizzazione del dissenso.
L’appello dei portuali di Genova al blocco di navi e merci legate al complesso militare-industriale e alle istituzioni complici del massacro ha sfondato il muro di gomma mediatico, ponendo la questione della centralità dei lavoratori nel processo produttivo (e nell’economia del genocidio) all’ordine del giorno nel dibattito pubblico. I riuscitissimi scioperi generali del 22 Settembre e del 3 Ottobre hanno fatto sì che lo sciopero stesso tornasse ad essere percepito un’arma credibile di lotta, anche grazie alla convergenza finale delle sigle del sindacalismo di base e della CGIL.
Anche se ormai la mobilitazione in sostegno al popolo palestinese e alla sua lotta si è di fatto esaurita, le ragioni che l’hanno animata restano valide. La fragilissima tregua è stata violata a più riprese da parte di Israele e il governo continua a schierarsi a favore di quest’ultima e del piano di Trump per la Striscia di Gaza. L’Italia continua ad essere fra i primi stati al mondo per compravendita di armi da e verso Israele e non rinuncia alla sua fetta di torta per quanto riguarda le risorse naturali o gli appalti di una futura ricostruzione del territorio.
Il punto è che il nostro governo, in continuità con i precedenti, soffia sui fuochi di guerra in tutto il mondo e ci conduce verso un futuro di miseria e sfruttamento, presentandoci questo o quel nemico da combattere come ineludibile minaccia da affrontare a qualsiasi costo. La nuova manovra finanziaria orienta ancora di più l’economia italiana verso la riconversione bellica, in linea con il “ReArm Europe”, il piano di investimenti UE di 800 miliardi di euro, e gli obiettivi della NATO. Dagli attuali 35 miliardi di spese militari arriveremo nel 2035 alla cifra di circa 130 miliardi, al ritmo di 6-7 miliardi in più ogni anno. Portando la percentuale del PIL al 5% per il comparto bellico e la difesa interna verrano tolti decine di miliardi di euro a sanità, istruzione, pensioni e alla spesa sociale in generale. Faranno di noi bestie da soma su cui scaricare i costi della riconversione militare dell’economia italiana e dei nostri figli carne da cannone per i profitti di pochissimi. Proprio per questo sarebbe stato necessario che le grandi mobilitazioni popolari degli scorsi mesi fossero confluite su un piano di lotta generale contro la manovra e contro l’economia di guerra. Tuttavia, le divisioni sindacali sono riemerse più ostinate di prima, con la convocazione di due distinti scioperi generali contro la manovra, sancendo la divisione del fronte dei lavoratori e di fatto la sconfitta in partenza.
La situazione che ci si presenta davanti meritava sicuramente dei ragionamenti in più verso la ricerca di un terreno comune su cui far avanzare delle prospettive di lotta. Come si è visto, l’unico settore non toccato dalle misure di austerità, attenuatesi con la pandemia ma che continuano a segnare le strategie dell’Unione Europea e dei suoi stati membri, è proprio quello militare. Il PNRR, ormai al suo tramonto, garantiva gran parte degli investimenti pubblici che tra un anno saranno verosimilmente fagocitati dalla spesa militare. Ma in che stato versa la spesa sociale nel nostro paese?
I salari italiani sono immobili da anni e di fatto tra i più bassi d’Europa. L’inflazione, che già ha eroso significativamente il potere d’acquisto di lavoratori e lavoratrici, ha anche aumentato la pressione fiscale senza che a questa corrispondesse un aumento dei redditi reali (il cosiddetto fiscal drag). I ritocchi agli scaglioni IRPEF e alle pensioni comporta aumenti talmente ridicoli per la stragrande maggioranza della popolazione che non vale nemmeno la pena di riportarne qui le cifre. Nonostante l’enorme disoccupazione giovanile, le ormai ubique forme di lavoro precario, lo stress e l’usura psico-fisica, continua ad aumentare l’età pensionabile, che dal 2027 salirà a 67 anni e 3 mesi.

Per quanto riguarda la scuola e l’università, l’Italia ad oggi vi spende solo il 4% del PIL. Gli stipendi dei docenti italiani sono tra i più bassi d’Europa: 250.000 insegnanti e 50.000 ATA sono precari1. Gli edifici scolastici sono pressoché ovunque fatiscenti. Il sistema universitario si avvia verso una espulsione di massa e senza precedenti di lavoratori e lavoratrici della ricerca a cui non rinnoveranno il contratto o non proporranno ulteriori assegni, senza la garanzia essere reimpiegati2. Il diritto allo studio universitario viene sistematicamente negato da barriere economiche sempre più impattanti per le disponibilità delle famiglie degli studenti. È in questo contesto che viene vergognosamente portata avanti la propaganda di guerra nelle scuole tramite PCTO con l’Esercito Italiano o panegirici sulla superiorità dell’Occidente, contenuti nelle nuove indicazioni nazionali del Ministero dell’Istruzione e del Merito per le scuole, per crescere una generazione allineata alla necessità dei piani bellici dei nostri governi e dei nostri monopoli, come ENI. Leonardo o WeBuild.
Volgendo lo sguardo alla sanità, il panorama sa essere ancora più desolante. In un contesto di smantellamento della sanità pubblica in favore di quella privata, il finto aumento della spesa in valori assoluti contenuto nella manovra non agisce in maniera incisiva sull’inflazione e non risolve i problemi strutturali del Sistema Sanitario Nazionale. Il SSN vive in questo momento una significativa carenza di personale medico, soprattutto per quanto riguarda la medicina di base e di emergenza, e di infermieri, svelando un gap enorme con la media di altri paesi europei come Francia, Germania e Spagna, specialmente se consideriamo i bisogni della fascia di popolazione più anziana. Considerando l’incidenza delle persone over-75 sul SSN del nostro paese, soltanto per allinearci agli stati appena citati avremmo bisogno di circa 25.000 unità di personale medico e 250.000 (!) unità di personale infermieristico in più3. Nel 2024, le liste di attesa interminabili, le difficoltà economiche e la distanza dalle sedi sanitarie hanno fatto sì che ben 5,8 milioni di persone abbiano riunciato a curarsi, il 9,9% della popolazione4: solo un anno prima a dirlo erano 4,5 milioni di italiani, il 7,6%5.
Ancora, potremmo citare il divario fra Nord e Sud Italia o il trasporto pubblico, lo sport, l’assistenza alle famiglie, eccetera. Diritti conquistati, non concessi, da una classe lavoratrice ben più organizzata e abituata alla lotta che in tanti casi ha pagato con il sangue. La riconversione militare dell’economia accentua tagli ormai decennali alla spesa sociale, a cui decenni di “disabitudine” alla lotta e confusione politica hanno contribuito.
Diceva il generale prussiano Carl von Clausewitz nel trattato Vom Kriege, pubblicato per la prima volta nel 1832,che la guerra rappresenta “la continuazione della politica con altri mezzi”. Sotto questo sistema economico una pace non può che essere ingiusta, una semplice condizione di assenza del conflitto militare . Se è vero per chi ne trae profitto, non vuol dire che debba esserlo per noi. La guerra viene combattuta quotidianamente sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici di questo paese e si perpetua in ogni attacco alle loro conquiste storiche, che siano il diritto a una sanità gratuita e universale, a un’istruzione libera e accessibile o al tempo libero. Ciò che manca, dobbiamo esserne consapevoli, è proprio la risposta organizzata e strutturata di chi lavora, che non può fare affidamento per il proprio futuro alle stampelle sinistre della guerra presenti oggi in Parlamento e che in nulla si sono distinte in passato rispetto alla condotta di questo governo.
Per concludere non trovo parole migliori dei versi di Bertolt Brecht che seguono, con la certezza nel cuore di giorni migliori:
Generale
Generale, il tuo carro armato è una macchina potente
spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.
Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.
Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.
Note
1 https://www.flcgil.it/scuola/audizione-flc-cgil-al-senato-su-formazione-e-reclutamento-degli-insegnanti.flc
2 https://www.flcgil.it/attualita/delusione-e-sconforto-per-lo-striminzito-e-parziale-piano-ricercatori-della-ministra-bernini.flc
3 Stima contenuta nel XX Rapporto Sanità (2024) del Crea, il Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità dell’Università di Roma Tor Vergata.
4 https://www.dire.it/06-11-2025/1193696-aumentano-italiani-che-rifiutano-curarsi-istat-sono-quasi-6-milioni-primo-motivo-lunghe-attese/
5 https://www.istat.it/audizioni/audizione-del-presidente-dellistituto-nazionale-di-statistica/


