
“I giovani non hanno bisogno di prediche, i giovani hanno bisogno, da parte degli anziani, di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo.” (cit. Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, discorso del 31 dicembre 1978 )
di Mario Vultaggio

Studente sedicenne del Liceo Scientifico G. Rummo di Benevento, fa parte di movimenti studenteschi. Svolge attività culturali e sindacali sul territorio di appartenenza.
UN BINOMIO SEMPRE RICERCATO MA MAI ABBASTANZA
Poche ma “pesanti” parole dirette ai giovani, in tempi non molto distanti dai nostri. Il rapporto fra politica e giovani ha influenzato molto i fenomeni sociali della Prima Repubblica e nel 2025, ben quarantasette anni dopo, il dibattito è ancora aperto e si posiziona ancora con riscoperta attualità nel presente, necessitando di una ragionata (e mai frettolosa) risposta.
Risulta ormai noto che nel nostro Paese, più in generale, la disaffezione per la politica è sempre più diffusa già da qualche anno, ma i dati più preoccupanti, tuttavia, si dimostrano ancora quelli giovanili. Basti sapere che nel 2022, secondo le rilevazioni del Ministero dell’Interno, solo il 42% dei giovani tra i 18 e i 25 anni si è recato alle urne per le elezioni politiche. In alcune città del Sud addirittura si è toccato anche il 30%. Una vera e propria emorragia democratica che merita attenzione e che invita a riflettere tutti, o almeno dovrebbe. Molte volte, erroneamente, sentiamo dire, sotto formula di luogo comune, che ai giovani la politica non interessa più e che non ne vogliono sentire a riguardo. Il problema è in realtà ben più ampio e complesso, al punto di non essere soddisfabile con soluzioni semplicistiche o con ogni tipo di altra presupposizione.
Infatti, il fenomeno più diffuso e, quindi, principale fautore della causa, probabilmente risulta essere che la politica, o meglio i suoi rappresentanti, non cerca più il coinvolgimento dei giovani, non formula più proposte sufficienti per il loro futuro, non fornisce concrete risposte ai problemi e non dispone più la possibilità di impegnarsi, crescere e di ottenere dei propri spazi. Insomma, è evidente che la nostra classe dirigente, con il tempo, ha reso sterili le nostre comunità, negando ogni prospettiva di crescita, personale e collettiva. Testimoni tangibili di tale affermazione, rimangono i 630mila ragazzi e ragazze che, solo tra il 2011 e il 2024, hanno “abbandonato la nave”, per dirlo con una semplice metafora.
Calza proprio a pennello l’episodio spiacevole dell’11 dicembre scorso, andato in scena ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia da sempre con un sottotono missino, dove la Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, è stata contestata da due studenti per i problemi di natura psicologica affrontati nelle università italiane e per l’anno del corso di medicina che questi perderanno ingiustamente, soprattutto a causa di nuove ed insensate leggi varate dall’esecutivo in carica. In questa occasione, purtroppo, come in tante altre, la ministra in quota Forza Italia ha potuto ricorrere solo ad insulti e ad una plateale baraonda, rifiutando bruscamente ogni stimolo di sano confronto, rendendosi l’esatto modello per cui la gioventù si disaffeziona dalla politica o, addirittura, come detto, se ne va via in cerca di nuovi orizzonti. Del resto, una performance che non ha proprio nulla a che vedere con un ruolo istituzionale.
Tornando al quid iniziale, risultano sicuramente ancora più svantaggiate e penalizzate dal punto di vista politico-culturale le aree interne del Sud Italia rispetto al quadro nazionale. Nel nostro caso, infatti, in provincia di Benevento, alle elezioni regionali del 23 e del 24 novembre 2025, esattamente cinque anni dopo la precedente tornata elettorale, l’affluenza alle urne è scesa di ben otto punti percentuali. Una debacle sistematica che ha visto ancora, tra i tanti sconfitti, meno giovani andare a votare. Anche questo, quindi, è un segnale chiaro e preciso che ci trasmette tutte le insicurezza vissute dalla popolazione locale, sempre più abbandonata a sé stessa, con un territorio che non offre più opportunità di vita ai giovani perché finito nel dimenticatoio della politica o perché assediato da certi “cacicchi”, che, di fatto, mai sono stati interessati al bene della collettività, bensì, al contrario, piuttosto propensi ad imbracciare la parabola personalistica dell’io assoluto, in una società che, talvolta, tende a circoscriverci sempre di più in noi stessi rispetto a ciò che accade.

Tuttavia, questo paradigma deve trasmettere tutt’altro che la più comoda resa di un’arringa, bensì proprio una ricerca di noi stessi e di che cosa realmente significhi vivere insieme, in collettività, come solo “un animale sociale” come l’uomo può fare, secondo Socrate. Questa appare come la più necessaria risposta da ritrovare, per far sì che i giovani, in proporzione alle loro aspirazioni, possano riscoprire i territori e la politica del quotidiano, la quale è strettamente connessa alla bellezza autentica del fare politica e al comunicare politicamente, sulla strada di una rinata res publica che rimanga davvero “cosa di tutti”.
Al netto di ciò, augurandoci, con tenacia, un felice anno 2026, una cosa ci è data certamente sapere: “La storia è nostra e la fanno i popoli“, come enunciò Salvador Allende in un celebre discorso. E negli intrecci della storia, a volte ciclica ma pur sempre appassionante, la porta del futuro, ora con i battenti serrati, attende solo i giovani per trovare un altro epilogo.
