Nel corso degli anni che caratterizzarono l’assedio di Sarajevo, si manifesto’ uno dei fenomeni più raccapriccianti che la storia dell’Europa continentale ricorda sin dalla seconda guerra mondiale. Le colline che circondano la città di Sarajevo, “ospitarono facoltosi individui” che si recarono in quei luoghi a fare un vero e proprio turismo di guerra, o meglio un safari di guerra.
di Pasquale Durso

Laureato in Economia Aziendale, è revisore contabile.
QUANDO LA GUERRA DIVENTA BARBARO SPETTACOLO
Siamo negli anni tra il 1992 ed il 1996, nel pieno del decennio che ha visto la frammentazione della federazione Jugoslava. Il 3 marzo 1992, la Bosnia Erzegovina dichiarò la propria indipendenza dalla federazione, ma dal 5 aprile dello stesso anno iniziò uno scontro tra le forze del neonato governo bosniaco e le forze dell’Armata Popolare Jugoslava. Nei giorni precedenti l’inizio del conflitto, le forze della federazione si collocarono sulle colline che circondano la città e posizionarono sulle stesse tutta la loro artiglieria e i loro armamenti. Furono bloccate tutte le strade che conducevano alla città di Sarajevo, in tal modo nella stessa non potevano più entrare cibo, viveri e tutto quanto necessario alla sopravvivenza della popolazione civile. Furono inoltre tagliati i servizi elettrici, idrici e di riscaldamento.
Terminata l’operazione di isolamento della città, iniziarono i bombardanti, se ne contarono più di trecento al giorno. Molte civili che si muovevano nella città in cerca di acqua e viveri, furono oggetto del fuoco delle mitragliatrici appostate sulle colline. I morti furono tantissimi, più di dodicimila, mentre i feriti superarono quota 50.000. L’85% di questa statistica era costituita da civili.
In questo scenario, già di per sé orribile, nacque un fenomeno ancora più mostruoso, in particolare, durante quei 1425 giorni di assedio, si era sviluppato sulle colline che circondano Sarajevo, un vero e proprio fenomeno turistico, il cosiddetto “turismo di guerra”.
La procura di Milano, in seguito ad una denuncia sporta dallo scrittore Ezio Gavazzeni, apre un’inchiesta a carico di ignoti per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abbietti. La denuncia è ausiliata dalla raccolta di una serie di documenti, tra cui un film documentario del regista sloveno Miran Zupanic, intitolato Sarajevo Safari ed a una testimonianza in cui si parla di un uomo di Torino, uno di Milano ed uno di Trieste.
Gavazzeni, inoltre nello sporgere la denuncia, oltre all’opera di Zupanic, si avvale anche della preziosa collaborazione della criminologa Martina Radice, finalizzata alla ricostruzione dei profili criminali dei soggetti interessati. Il caso, tuttora è in mano al pubblico ministero Alessandro Gobbis, il quale è coadiuvato dal Ros dei Carabinieri. Gobbis ha, tra gli altri, convocato in procura anche l’ex leader di lotta continua Adriano Sofri, il quale risulta essere depositario di informazioni importanti ai fini delle indagini. Sofri, infatti, ha vissuto a Sarajevo proprio durante gli anni dell’assedio come cronista, e ha anche scritto il libro “Lo specchio di Sarajevo”, raccontando gli orrori vissuti dalla popolazione civile.
Dal film documentario di Zupanic, emergono particolari davvero raccapriccianti sul fenomeno oggetto dell’inchiesta. I protagonisti dei viaggi erano facoltosi personaggi, perlopiù imprenditori e liberi professionisti, provenienti da più parti d’Europa, disposti a pagare fior di quattrini per vivere nuove emozionanti esperienze. Si parla anche dell’equivalente degli attuali 300.000 euro. Questi pseudoturisti, partecipavano all’assedio in qualità di mercenari, ma a differenza di quest’ultimi non venivano pagati, ma pagavano per sparare contro persone indifese.
In pratica, si recavano nelle postazioni di guerra, situate sulle colline intorno alla città di Sarajevo, per provare l’emozione di sparare contro bersagli umani. La cosa più vergognosa era che più il bersaglio particolare era, come ad esempio un bambino in cerca di cibo e acqua, più alto era il prezzo da pagare. La scaletta del tariffario, dal più costoso a quello più economico, era la seguente: bambini, uomini in divisa, donne ed infine gli anziani.
Chi sparava, lo faceva per il semplice gusto di uccidere, per pura adrenalina e non per motivi di odio. Da alcune indiscrezioni, nella denuncia relativa al fascicolo aperto dalla procura di Milano, risultano attenzionati almeno 5 italiani, anche se sembra che il fenomeno interessi molte più persone, di cui la maggior parte risultano essere ancora in vita e la loro età attuale dovrebbe aggirarsi tra i 65 e gli 85 anni. Tuttavia, il fenomeno non interessa solo l’Italia, ma gran parte dell’Europa.
I “facoltosi”, provenienti dall’Italia e da altri stati europei, si radunavano a Trieste, e da lì partivano il venerdì sera, poi con un volo arrivavano in Ungheria e con trasporto terrestre si recavano a Belgrado. Da Belgrado a Pale si spostavano con gli elicotteri, ed infine in autobus giungevano a Sarajevo. Giunti a Sarajevo, forze militari speciali, li accompagnavano e li guidavano sulle colline del fronte.
Interessante è il profilo, che emerge dal film documentario, di un cittadino di Trieste che avrebbe preso parte ad uno dei cosiddetti safari di guerra. Si tratta di un cittadino ricco ed influente nella propria comunità, con la passione della caccia. E proprio la passione per quest’ultima, sarebbe stata la copertura del vero fine del viaggio. L’identikit, si basa sulla testimonianza di Edin Subasic, ex membro dell’intelligence militare bosniaca. Il triestino era un cacciatore che aveva già provato tutti i tipi di safari, ma per provare nuove emozioni, aveva bisogno di avere un trofeo umano (un vero e proprio psicopatico). I gruppi composti da un numero minimo di cinque persone fino ad un numero massimo di otto, usavano l’alibi della caccia per fare questi viaggi. Ecco perché, la prima meta del volo era l’Ungheria. Perché in Ungheria, come in Bulgaria e Romania, le agenzie organizzavano abitualmente viaggi per cacciare grosse prede come ad esempio i cervi.
Dopo la proiezione del film documentario, avvenuta nel 2022, il fenomeno si allarga, e arriva, sempre alla procura di Milano, un’altra denuncia, questa volta ad opera di un giornalista investigativo croato Domagoj Margetic. Oggetto di questa denuncia, sarebbe addirittura il presidente serbo Aleksander Vucic.
Vucic, all’epoca dei fatti poco più che ventenne, in base agli elementi riportati nella denuncia, si arruolò come volontario in una unità paramilitare capeggiata da Slavko Aleksic, la quale forniva assistenza al fronte, ai turisti di guerra.
Prima della denuncia di Gavazzeni, addirittura nel 1995, è il Tribunale dei popoli di Trento, un tribunale senza poteri coercitivi, a denunciare il fenomeno in seguito alla condanna per violazione dei diritti dell’infanzia durante l’assedio di Sarajevo.
In tale sentenza, si cita il fenomeno del turismo di guerra. In particolare, nella stessa, si parla di voli provenienti da piccoli aeroporti europei, sui quali si imbarcavamo personaggi dotati di mimetica e stivali da combattimento. Questi personaggi, venivano scortati dalle milizie paramilitari sulle colline intorno Sarajevo, e dopo aver versato le proficue somme di denaro, iniziarono il loro raccapricciante sport di cecchinaggio.
Anche Edin Subasic, ex agente dell’intelligenze dell’esercito bosniaco, rivela e documenta il mostruoso fenomeno, in base alle informazioni fornite da un soldato serbo fatto prigioniero dall’esercito bosniaco. Come rivela Subasic, erano proprio le forze serbe ad organizzare la logistica degli spostamenti e la protezione agli avventori.
Le informazioni ricevute, sono state poi sottoposte a verifica, tramite uno scambio di informazioni con altri servizi segreti europei, e le stesse si sono verificate veritiere; ad esempio, in base all’esame dei cadaveri di alcuni civili, sugli stessi, si è rilevata la presenza di proiettili di armi di grossa caccia.
Di non secondaria rilevanza sono le accuse del produttore Sloveno Franci Zajc, il quale denuncia che lo stesso fenomeno di Sarajevo si è vericato sul fronte di Podrinje.


Una risposta su “Turismo di guerra”
Purtroppo quando si seppe di questi barbari ,non saprei come chiamarli altrimenti , la notizia non suscitò particolare sgomento ma è qualcosa di terribile che si aggiunge all’atrocità della guerra