di Alessandro Calabrese
Terzo classificato al concorso letterario
Dino Sarti (IX edizione).

Maturando del Liceo Classico P. Giannone di Benevento è appassionato di atletica e di scrittura.
Poscia ch’io l’uom su l’altra sponda vidi
guardarmi con paterni e attenti occhi,
pietà mi giunse e fui quasi smarrito.
Io con interno duol volsi lo sguardo
a lui, qual fosse anelo e turbato reo,
e mossi voce: «o uomo buono e pio,
prole di cotal matrigna fortuna,
pezzo perduto de le umane genti,
or dimmi: come può l’umana mente
spegner quel volto che somiglia al mio,
e farsi sorda al grido d’innocente?»
Questi, col core di grazia adorno,
disse: «Io padre fui, e due figli ebbi:
l’un di quattordici anni, e l’altro quasi
presso a più matura e ferma etade;
dolce mi fu lor voce un tempo udita.
Ma poscia, al fragor de la guerra empia,
tratto fui via, né più rimasi intero:
ché l’aspro addestramento tolse il volto,
e fece in me silenzio d’ogni affetto.
Non v’è più scelta in questo petto oscuro:
l’altro non è che segno da colpire,
ombra nemica nel bianco immenso.
L’occhio lo vede e il braccio lo seconda,
ché l’uso del ferir mi siede in core,
ridotto a freddo automa d’ogni carne,
spoglio del guardo de la fiorita etade
ed orbato d’ogni voler primiero.
“Quello è l’avverso, e tu lo dei spegner”.
Così m’han fatto, e son divenuto sasso.
Il focolar l’anima mia reclama,
segno d’apatia che al cor vile appare,
e nel ritorno io più non trovo pace.
Così m’han fatto e son divenuto sasso.


