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il Ronzìo Politica Società Storia

Conversazione con G

Decimo appuntamento per l’edizione speciale de “il Ronzìo” sul più oscuro periodo della Repubblica Italiana.

Il partito, la sezione, i militanti e l’impegno politico negli anni ’70. I ricordi di un comunista di provincia tra, sogni, speranze e disillusione.

di Mennato Tedino

* Picasso, Il sogno, 1932.

Laureato in Filosofia, è docente di Filosofia. Si interessa di teoresi ed estetica in musica, cinema, teatro e arti figurative.

Nel precedente articolo … Tra conquiste sociali e strategia della tensione

QUANDO LA POLITICA ERA DI TUTTI

G. è oggi un distinto signore che negli anni di piombo era un ragazzo convintamente impegnato in politica. Lasciamo puntati i nomi di luoghi e protagonisti non per coprire segreti ma solo per indicare che la sua è una storia comune a tanti suoi coetanei della provincia italiana.

D: Quando hai cominciato a interessarti di politica in un modo che non fosse la semplice riflessione personale maturata attraverso letture o studio ma era già partecipazione attiva, pubblica, sociale, comunitaria?

R: Nel mio caso c’è un periodo preciso e cioè a metà dei miei studi liceali, tra il secondo e il terzo anno di liceo quindi tra il ’72 e il ’73; conservo ancora oggi la mia prima tessera della Fgci. Personalmente vivevo una doppia esperienza di collettività perché oltre al momento sociale rappresentato dal tempo scolastico della mattina, finita la scuola non tornavo a casa ma rientravo in collegio dove passavo tutto il tempo restante della giornata – fatta eccezione per una piccola «ora d’aria» che ci era concessa nel pomeriggio – e dove dormivo dal lunedì al venerdì prima di fare rientro al mio paese di origine nel fine settimana. L’esperienza del collegio mi metteva di fronte da un lato un ulteriore momento comunitario e dall’altro una grande quantità di tempo da dedicare alla lettura e alla riflessione.

D: C’è stato un fatto preciso che ricordi come il tuo primo impegno di lotta e di consapevolezza politica?

R: Certamente le prime rivendicazioni scolastiche. I primi due anni di liceo li abbiamo fatti in un appartamento di un palazzo con all’interno altri condomini; il primo impegno di lotta è legato alle battaglie per una più dignitosa sede scolastica (avevamo problemi legati all’insufficienza delle aule, al riscaldamento con una palestra inesistente tanto che il piccolo prato antistante il palazzo fungeva da surrogato) cui si sommava già, sulla scia del ’68, la richiesta di una scuola meno patriarcale e più partecipata. Ricordo inoltre con grande soddisfazione il successo di alcune rivendicazioni in collegio che oggi possono sembrare insignificanti ma che allora abbiamo vissuto con un certo orgoglio. Una prima battaglia è stata portata avanti per ottenere la possibilità di uscire liberamente per un’ora nel pomeriggio e una seconda per avere il dolce alla fine dei due pasti principali. Obiettivi che possono far sorridere ma che per noi rappresentavano un grande successo in una istituzione di stampo ottocentesco con tratti repressivi quale era il Convitto Nazionale in cui, solo per fare un esempio, a mensa era consentito parlare solo dopo che l’istitutore aveva suonato una campanella. Ricordo con orgoglio quelle battaglie soprattutto perché sono state portate avanti e vinte in maniera non violenta; avevamo elaborato la strategia del silenzio con la quale dopo il suono della campanelle da parte dell’istitutore, invece di parlare liberamente mantenevamo un rigoroso, disubbidiente e provocatorio silenzio.

D: I tuoi compagni di classe e più in generale i tuoi coetanei che atteggiamento avevano?

R: Devo dire che la mia maturazione è avvenuta anche per la frequentazione con un compagno di classe, che ha avuto nei decenni successivi una significativa carriera politica di primo piano in ambito regionale, e che già prima di me aveva maturato una consapevolezza ed un impegno; allora ci teneva molto ad essere definito militante del PCI. La sua frequentazione alimentata da una comune visione politica ed una comunanza d’intenti mi ha introdotto ai luoghi fisici della militanza politica come la storica sede del PCI a Benevento in vico Noce. Bisogna considerare che la prospettiva marxista era molto distante dall’ambiente socio culturale della mia prima formazione. Io provengo da una famiglia legata al più classico tradizionalismo cattolico che politicamente si poteva collocare nell’area di centro destra. Quando in casa seppero che avevo la tessera del PCI successe il finimondo con mia madre che si sentiva male per la vergogna di avere tra le mura domestiche un senza dio. Per me quel momento fu come guadare un fiume in piena passato il quale il grosso era ormai fatto.

D: Immagino che a scuola i ragazzi più grandi avessero già un inquadramento politico più preciso e definito.

R: Certo. C’erano gli iscritti al Partito Comunista ma anche molti militanti che facevano riferimento a gruppi come Potere Operaio o Lotta Continua e ad altre piccole formazioni della sinistra extra parlamentare anche se costituivano una sparuta minoranza rispetto al grosso degli adepti del PCI; in ogni caso si facevano notare, anche in quella che nei cortei e nelle manifestazioni era la «battaglia degli slogan».

D: Quale è stata la tua formazione teorica personale? In altre parole, dietro la voglia di impegnarsi nel sociale e nel politico quali figure e quali letture ti avevano affiancato e spinto in quella direzione?

R: Il fatto che fossi costretto tutta la settimana in collegio mi offriva una grande quantità di tempo da impiegare con l’unica attività consentita, la lettura. È stata in quell’occasione che ho scoperto i grandi della letteratura russa e più o meno negli stessi anni sono stato folgorato da La valle dell’eden di Steinbeck trovato per caso tra gli scatoloni di un trasloco di mio zio. Molto ha fatto anche la sezione del PCI. Non si deve dimenticare che in quel periodo frequentare un luogo di discussione estremamente vivace come una sezione di partito significava trovarsi, presto o tardi, a parlare di questioni di ordine teorico generale. La cosa più importante, però, resta l’atteggiamento di fondo che si aveva nei confronti del futuro visto come una grande possibilità che veniva da un pensiero che ti spingeva a studiare, capire, cercare e dalla certezza di non essere da solo, nonostante si vivesse una stagione tragica e violenta della quale si avvertiva tutta la pesantezza. Da questo punto di vista il senso di appartenenza che il partito era capace di creare infondeva in tutti l’idea che il futuro potesse essere il luogo in cui realizzare pienamente i sogni di un mondo nuovo. Il successo delle elezioni amministrative del ’75 e di quelle politiche del ’76 rafforzava la certezza che di lì a poco ci sarebbe stato il sorpasso nei confronti dell’avversario storico, la DC, ed in ciò ci si sentiva parte di una forza inarrestabile, di una marea montante, di un futuro a portata di mano.

D: Quali sono i primi fatti tragici di quegli anni che ritrovi andando a ritroso nella memoria? Che ricordo hai della notizia della strage di piazza della Loggia a Brescia? Nel ’74 avevi 15 anni…

R: La mia vita in collegio è stata importante anche riguardo al rapporto con le notizie di cronaca; non ci era consentito né vedere la televisione né ascoltare la radio per cui la sete di notizie poteva essere colmata solo dai giornali. È stato così che ho cominciato a comprare quotidianamente l’Unità. E il primo dei tragici avvenimenti che hanno insanguinato quel decennio di cui ho limpida memoria di una piena consapevolezza è proprio la strage di Brescia; negli anni precedenti ricordo vagamente notizie nebulose provenire dalla televisione a casa di mio nonno sugli strascichi della strage di piazza Fontana, non di più.

D: Quale è stato lo spirito con il quale avete ricevuto quella notizia, intendo voi ragazzi della Fgci?

R: In tutti noi che avevano aderito al PCI esisteva una precondizione che faceva da base per il nostro attivismo politico e questa precondizione era l’antifascismo. Le nostre battaglie, fosse per i termosifoni o per la riforma della scuola, erano comunque battaglie fatte anche contro il gruppo politico organizzato del Movimento Sociale Italiano e della sua organizzazione giovanile, il Fronte della gioventù; richiamandosi esplicitamente al ventennio fascista l’MSI rappresentava per noi il nemico da sconfiggere.

D: La presenza di gruppi di destra nelle scuole di Benevento era superiore o inferiore alla vostra di militanti della sinistra?

R: Erano gruppi consistenti ma comunque numericamente inferiori a quelli della sinistra, anche se i rapporti di forza dipendevano molto dal tipo di scuola. Nel liceo classico il loro numero era significativamente alto rispetto ad altri istituti, benché il loro attivismo era fiacco, in un certo senso «codardo» e non aveva le forme della sfrontataggine dei giovani fascisti dell’industriale o del professionale, scuole in cui erano veramente pochi ma estremamente facinorosi e propensi allo scontro fisico.

Goya, Lotta contro i mammelucchi, 1808.

D: Che tipo di reazione, politica ed emotiva, si generava quando arrivavano notizie come quella della strage di piazza della Loggia?

R: Immediatamente ci si vedeva, ci si riuniva, ci si confrontava, si discuteva, si dibatteva, ci si attivava per la mobilitazione. Ricordo lunghe interminabili riunioni sia nella sede del PCI a Benevento sia nella sezione del mio piccolo paese quando a casa tornavo per il fine settimana. Tutto questo che potrebbe sembrare uno snervante assemblearismo serviva, in realtà, anche a non farti sentire solo, isolato, ma parte di qualcosa di forte, solido, capace di reagire. L’aver fatto parte di un partito che aveva una tale radicamento sul territorio con organismi e procedure così veloci a mobilitarsi ma soprattutto centrate sulla discussione collettiva (e ciò valeva sia per fatti clamorosi come piazza della Loggia sia in occasione di episodi di violenza diffusa e quotidiana come potevano essere i pestaggi durante gli attacchinaggi, gli scontri nelle manifestazioni che sempre più spesso facevano feriti e purtroppo anche morti, le prime gambizzazioni da parte delle BR etc.) mi ha dato sempre la sensazione di essere protetto da una forza di popolo, da una grande e accogliente comunità; non va sottovalutato quanto tutto questo ti aiutasse ad inquadrare ed interpretare quello che succedeva perché il confronto con i compagni più grandi, con quelli più anziani, con altre componenti delle sinistra, anche quella extraparlamentare, con la galassia dei movimenti e l’idea di un attacco alla democrazia da parte di componenti fasciste era allora molto lucido.

D: Ricordi manifestazioni particolarmente emozionanti e coinvolgenti?

R: Una delle manifestazioni più belle che io ricordi e che non ho più rivisto negli anni successivi a B. è quella del 25 aprile del ’75. Una partecipazione corale: c’eravamo noi, la sinistra parlamentare, il sindacato, l’area dell’Autonomia, i movimenti come Potere Operaio che proprio in quei mesi stava vivendo una lacerazione interna che aveva portato alla scissione e alla nascita di Autonomia Operaia, ma anche Avanguardia Operaia, Lotta Continua.

D: Come hai vissuto la degenerazione violenta che si è progressivamente affermata nel corso di quegli anni fino a giungere al momento forse più difficile di quella stagione: il 1977?

 R: Nel ’77 per la prima volta c’è stato un movimento contro il movimento, una spaccatura che arriva a scavare un solco e una distanza fino a produrre una contrapposizione che porta a raffigurare polemicamente il PCI come un partito reazionario e di destra. Nel ’76 mi diplomo al Liceo scientifico e mi iscrivo a Medicina a Napoli dove si respirava un’aria pesante in un clima teso, sia all’università sia nelle strade, nelle piazze, sugli autobus. Il diaframma che separava l’impegno politico democratico dalle azioni violente si era ridotto ad un fragilissimo velo tanto che dal movimento alla lotta armata il passo era diventato facilissimo e ci si poteva trovare a compierlo in un attimo. L’arruolamento nelle università era semplice, continuo e sostanzioso.

D: A quel punto la speranza di un cambiamento sociale e politico comincia a venir men e la fiducia nel successo della protesta si incrina…

R: Si, anche perché il movimento si stava rompendo ed in questo senso il ’77 fu un bivio decisivo. Non bisogna dimenticare che in quel momento noi del PCI eravamo tormentati dalla questione strategica del «compromesso storico» ed io ricordo le riunioni interminabili ed estenuanti del sabato nella sezione del paese che impegnavano fino all’ultimo iscritto in una sede stracolma di militanti.

D: Fare politica allora significava anche impegno culturale. Era così anche per te?

R: Certo. Descrivere bene quegli anni per me significa anche parlare del gruppo teatrale nato all’interno della sezione del PCI, in particolare come esigenza d’espressione di noi giovani della Fgci che in sezione eravamo il gruppo più numeroso, più intraprendente, più propositivo ma che non riceveva un adeguato riconoscimento politico, quasi snobbato, certamente sfruttato come forza anche elettorale. Il nucleo storico della sezione rappresentato dai vecchi comunisti del decennio precedente si riduceva a pochissimi elementi il cui peso elettorale (in un paese diviso tra la vecchia tradizione liberale e la massiccia presenza clerico democristiana) era poco più che simbolico. Eppure essi ritenevano di aver diritto ad un maggior peso decisionale in ragione di una militanza più lunga e vissuta in anni in cui il PCI non era ancora una forza così prorompente. La nostra generazione rappresentò una vera e propria scossa sia in termini numerici di partecipazione sia di successo elettorale proprio negli anni in cui, ’75-’76, il partito comunista raggiungeva il massimo peso politico e il più significativo risultato elettorale in Italia. Far nascere un gruppo teatrale all’interno della sezione ma per iniziativa dei giovani della Fgci era un modo per rivendicare un nostro autonomo e riconosciuto spazio di espressione e, allo stesso tempo, allargava la prassi politica quotidiana riempiendola di un significato culturale.

D: Il rapporto con i vecchi iscritti fu problematico? Ci furono frizioni con una vecchia guardia gelosa del suo ruolo?

R: Ci sono alcuni episodi emblematici che la dicono lunga. Sotto le insegne della Fgci e facendoci carico integralmente della responsabilità organizzammo un incontro-dibattito con l’on. Tonino Conte eletto l’anno precedente alla Camera con il PCI; una bellissima e affollatissima manifestazione nella sala del cinema del paese. I «vecchi» se ne erano tenuti fuori convinti che l’evento sarebbe stato un clamoroso flop, mentre l’inaspettato successo dell’iniziativa dovette disturbarli alquanto.

C’è un secondo episodio; in quegli anni la Federazione giovanile aveva come organo un periodico, «Nuova Generazione», che si stava affermando ben al di là della ristretta funzione di giornale giovanile e sulle cui colonne nei mesi che precedettero la morte di Pier Paolo Pasolini si era andata sviluppando una discussione polemica tra il partito e il poeta, critico da diverso tempo nei riguardi del PCI di cui salvava proprio la componente più giovane. Anche nella nostra sezione ci furono lunghe discussioni e profondi dibattiti sulle critiche di Pasolini ma per la linea politico-strategica del centralismo democratico la nostra posizione fu silenziata e ci allineammo. Tanto è vero che l’impegno propagandistico non venne meno; facevamo volantinaggio, attacchinaggio, esposizione del tazebao, distribuzione dell’Unità e lo facevamo, con la sfacciataggine degli adolescenti, la domenica mattina all’uscita dalla chiesa appena finita la messa principale, quando la piazza pullulava di gente, di fronte alle autorità garanti della morale tradizionale del paese: il prete, il sindaco, il medico, il maestro. In questa nostra attività di propaganda c’era l’impegno di far circolare «Nuova Generazione» vendendo copie e facendo abbonamenti alla rivista. Posso dire con orgoglio che fummo capaci di raccogliere moltissimi abbonamenti. Il partito aveva incentivato l’iniziativa promettendo un viaggio a Praga per due persone alle sezioni della Fgci capaci di fare grandi numeri in questa operazione. E la nostra sezione risultò vincitrice. Ma a noi nessuno lo comunicò; lo abbiamo saputo molti anni dopo, nonostante i miei contatti personali con gli ambienti della federazione provinciale. La notizia comunicata al segretario di sezione fu tenuta segreta e il viaggio lo fece un compagno vicino alla «vecchia guardia».

Infine, un terzo episodio segnò una frattura insanabile nella sezione. Una sera in cui il gruppo teatrale era riunito per le prove, arrivarono baldanzosi il segretario di sezione e il viaggiatore di Praga, apparentemente per salutare ed assistere. Alla fine delle prove, tra una parola e l’altra, e prendendola molto da lontano, viene fuori la reale ragione di quella missione: il gruppo teatrale era espressione della sezione del PCI e dunque era con i capi politici della sezione che andavano concordate le scelte a partire, addirittura, dai copioni che si intendeva rappresentare. Una scenata che ci colse assolutamente di sorpresa per la sua paradossalità e che già allora a me sembrò degna del PCUS, per restare nella nostra area politica; non erano venuti a confrontarsi con noi, erano venuti a dettare la linea.

D: Una vicenda che, immagino creò malumori, dissapori, allontanamenti da parte di simpatizzanti e aprì una ferità all’interno della sezione.

R: Certamente. Ma noi non eravamo disposti ad essere messi in un angolo sia perché sentivamo quella sezione come casa nostra sia perché rappresentavamo realmente una forza numerica maggiormente presente. Ma intanto, dopo il ’77, stava cambiando tutto molto velocemente con la deriva violenta di frange del movimento, la lotta armata e con un mondo che sembrava diventare sempre più cattivo, meno disposto a discutere e più propenso a sparare. E poi tra l’università che mi impegnava non poco e le successive vicende della vita gli anni ’80 furono per tutti un periodo di abbandono della militanza politica.

D: Un ultimo ricordo ti voglio chiedere; un’esperienza collettiva che ricordi con piacere quando vai con la memoria a quegli anni.

R: Certamente la festa dell’Unità che fummo capaci di organizzare nel ’76. L’unica mai organizzata nel mio paese. Un momento conviviale, due giorni di festa che servì per uscire fuori dal ristretto recinto politico e accreditarsi come protagonisti sociali riconosciuti. La cosa che ricordo con accorata tenerezza è la madre di un mio caro amico china sul fuoco a cucinare, per la festa e per noi, le nostre golose «crespelle». L’attività politica in una piccola sezione di provincia è anche impegno molto fisico e poco intellettuale come sistemare le sedie in uno stand gastronomico o girare quartieri e contrade per attaccare manifesti. Ancora mi torna in mente la volta in cui sono tornato a casa con il cappotto nuovo, che mia madre aveva comprato con tanti sacrifici, tutto sporco di colla.

Ma c’è anche un grande rammarico che porto con me a distanza di tanti anni: non aver saputo o, forse, non aver potuto incidere e condizionare le scelte che il partito ha fatto nel caso Moro quando la linea della fermezza – a posteriori e secondo il mio personale punto di vista assolutamente sbagliata – ci fu quasi imposta e sulla quale nelle sezioni non furono aperti né dibattiti né discussioni. Un momento storico per tutti, un bivio che ha cambiato irrimediabilmente le nostre vite.

Nel successivo ed ultimo articolo … Piccolo diario italiano

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