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La voragine di Piazza Fontana

Quarto appuntamento per l’edizione speciale de “il Ronzìo” sul più oscuro periodo della Repubblica Italiana.

Piazza Fontana è per noi un luogo inaccessibile nei suoi strati profondi – i mandanti politici, il suo significato tattico, il suo valore strategico – anche perché in quella piazza convergono, quel 12 dicembre, strade che vengono da molto lontano: sono i problemi del dopoguerra, le tensioni internazionali, la guerra fredda, il pericolo comunista e l’ingombrante presenza del Vaticano, l’eco del maccartismo, i conti mai fatti fino in fondo con il ventennio fascista.

di Mennato Tedino

* Foto dell’interno della Banca Nazionale dell’agricoltura dopo l’attentato avvenuto a Milano in piazza Fontana il 12 dicembre 1969.

Laureato in Filosofia, è docente di Filosofia. Si interessa di teoresi ed estetica in musica, cinema, teatro e arti figurative.

Nel precedente articolo … Gli anni di piombo e il carcere duro

L’INIZIO DELLE STRAGI IN ITALIA

Sono le 16:37 di venerdì 12 dicembre 1969. A Milano a quell’ora è già buio. C’è il traffico della metropoli eccitata dall’atmosfera prenatalizia nel pomeriggio dell’ultimo giorno di lavoro settimanale. In Piazza Fontana la Banca Nazionale dell’Agricoltura è ancora aperta, si stanno chiudendo le ultime contrattazioni. Il venerdì in genere si finisce un quarto alle cinque per completare, all’ultimo momento, tutte le transazioni della settimana. In quella banca, solo qualche minuto prima, è entrato un uomo con una valigetta ventiquattrore e qualche minuto dopo ne è uscito privo. Pochi secondi e poi lo scoppio! Tremendo, impressionante. Le vetrate esterne della banca vanno in frantumi proiettando all’esterno corpi e detriti. Del pesante tavolo posto al centro del salone resta solo qualche traccia. Le prime persone che entrano si trovano davanti uno spettacolo apocalittico: fogli e documenti che volano dal piano superiore, suppellettili a terra, porte divelte, sedie rovesciate, fumo acre ed uno strano odore di mandorle amare. E poi i corpi. A brandelli, a pezzi, orribilmente mutilati. L’ordigno ha investito un centinaio di persone. Di molte di esse resta soltanto materiale organico sparso dappertutto. E come sottofondo i lamenti strazianti dei feriti. I soccorritori entrando non trovano più una banca ma la devastazione di un campo di battaglia. Non c’è più traccia di quella vita che solo un attimo prima animava il salone; al suo posto, tragica metafora di quanto sarebbe poi successo nei decenni successivi, ora c’è un buco del diametro di circa un metro.

Muoiono immediatamente quattordici persone. Due moriranno nei giorni successivi, un’altra dopo circa dieci anni per le conseguenze subite. Restano feriti quattordici clienti, tredici impiegati che lavoravano al pianterreno, quattordici al primo piano, cinque al secondo e, addirittura, uno al terzo. La potenza dell’esplosione è devastante. Vengono feriti addirittura sette passanti che in quel momento transitavano sul marciapiede antistante alla banca e due clienti del ristorante «L’Angelo» la cui sede è alle spalle dei locali dell’istituto.

Ma quell’ordigno non era isolato, era una tessera del triste mosaico che stava per comporsi. Dieci minuti prima, alle 16:25, alla Banca Commerciale Italiana di Piazza della Scala era stata scoperta da un commesso, Rodolfo Borroni, una ventiquattrore insolitamente pesante lasciata nei pressi dell’ascensore. Alla notizia di quanto successo a Piazza Fontana si ispeziona la borsa con cura e con un certo timore; all’interno viene trovata una cassetta metallica di quelle normalmente utilizzate come portavalori e un dischetto segnatempo di plastica simile ai temporizzatori dei forni elettrici o delle lavatrici. Qualcuno ipotizza che si tratti di una bomba. Presa in consegna dal brigadiere Vincenzo Ferrettino viene sotterrata per precauzione nel cortile della banca. In serata l’ing. Teonesto Cerri, il perito balistico che era già intervenuto sulla scena del crimine alla BNA di Piazza Fontana, decide di farla brillare applicando alla serratura una carica di tritolo perché, a suo giudizio, costituisce pericolo. Il maresciallo dell’esercito Guido Bizzarri, un artificiere con anni di esperienza, dichiarerà in seguito: «L’avrei disinnescata io, ma nessuno me lo ha chiesto. È stato più pericoloso farla brillare che aprirla»1. Intorno a questa valigia e alla bomba in essa contenuta si è giocata, in quel tardo pomeriggio, una partita decisiva. Il ritrovamento di un ordigno inesploso da sottoporre agli accertamenti della scientifica e dei periti poteva rappresentare per gli inquirenti un punto fermo da cui far partire le indagini. La sciagurata decisione di farlo brillare dà avvio alla perfida danza delle deviazioni e degli insabbiamenti che saranno una presenza costantemente avvertita ogni qualvolta la verità sembrerà a portata di mano e invece immancabilmente continuerà a sfuggirci. Gli stessi reperti raccolti dopo lo scoppio nel cortile della Commerciale hanno ricevuto un «trattamento» del tutto particolare, un tratto comune presente negli anni successivi in fatti di questo genere. È scomparsa, ad esempio, la cordicella cui era legato il cartellino con il prezzo della valigia, importante come si vedrà per stabilire quale fosse il negozio nel quale quella – come probabilmente anche le altre borse usate il 12 dicembre – era stata acquistata. Compare, invece, ad un certo momento, un vetrino colorato che nei primi referti non appare affatto, portando così sostegno alle indagini che avevano puntato decisamente in direzione dell’anarchico Pietro Valpreda che a Roma aveva messo su un piccolo laboratorio artigianale per la costruzione di lampade in stile liberty che venivano decorate proprio con quel tipo di vetrini.  Solo i primi esempi delle innumerevoli azioni di depistaggio di cui è tappezzata la storia delle indagini sulla strage di Piazza Fontana.

Pietro Valpreda

Ma non è coinvolta soltanto la città di Milano. Pochi minuti dopo, alle 16:55 (16:40 secondo il giornale L’Unità) a Roma, nel sottopassaggio che collega la sede della Banca Nazionale del Lavoro di via Bissolati con i locali di via san Basilio, scoppia un ordigno. Fa 14 feriti tra i dipendenti. E non è ancora finita; alle 17:22 (17:16 secondo L’Unità) un quarto ordigno scoppia alla base del pennone alza-bandiera dell’Altare della Patria, e alle 17:30 (17:24 secondo L’Unità), otto minuti dopo, esplode la quinta bomba dal lato dell’ingresso al Museo del Risorgimento dello stesso monumento. Solo feriti lievi: un carabiniere e tre passanti.

Il bilancio della tragica giornata è impressionante: quattordici morti, centosette feriti di cui due moriranno nei giorni seguenti.

Sono passati più di cinquant’anni. Più di quanti ne intercorrono tra l’assassinio di Sarajevo e la bomba di Hiroshima (31), più di quanti ne passano tra la presa della Bastiglia e la battaglia di Waterloo (26), più di quanti se ne contano tra l’elezione imperiale di Carlo V e la sua abdicazione (36), più di quanti ce ne sono tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta del Muro di Berlino (44). 50 anni sono mezzo secolo; nonostante ciò tutto questo tempo non è bastato a fare chiarezza sui fatti di quel giorno. Quegli eventi giacciono alle nostre spalle come qualcosa che sembra non riguardarci, forse perché dopo tanti anni, continua ancora ad essere un grumo scuro, una vicenda opaca, in parte incomprensibile. Piazza Fontana è per noi un luogo inaccessibile nei suoi strati profondi – i mandanti politici, il suo significato tattico, il suo valore strategico – anche perché in quella piazza convergono, quel 12 dicembre, strade che vengono da molto lontano: sono i problemi del dopoguerra, le tensioni internazionali, la guerra fredda, il pericolo comunista e l’ingombrante presenza del Vaticano, l’eco del maccartismo, i conti mai fatti fino in fondo con il ventennio fascista. Ma anche strade che partono da più vicino: lo scontro generazionale che negli anni ’60 si manifesta in moltissimi ambiti e, non ultimo, in quello politico, il maggio francese, le nostalgie autoritarie che riprendono vita in neonati movimenti di ultra-destra. E da quella piazza partono, in direzione del futuro, strade che tracciano la storia italiana dei decenni successivi. Su alcune di esse ancora camminiamo, forse senza saperlo, a distanza di mezzo secolo. Strade che la giustizia ha fatto fatica ad aprire, o non ha potuto affatto scoprire, o, peggio, sulle quali h trovato cancelli chiusi ed è stata costretta a ripercorrerle all’indietro. Dalla sentenza del 1979 della Corte di Assise di Catanzaro, a quella d’Appello del 1981 dello stesso Tribunale, alla sentenza della Cassazione che smentisce la precedente ed ordina un nuovo processo, alla decisione della Corte di Assise di Appello di Bari dell’85 che manda tutti assolti, alla conferma di questa sentenza da parte della Cassazione nell’87, al processo di Milano che si conclude nel 2001, all’Appello del 2004 e finalmente (?) alla definitiva assoluzione contenuta nella conferma della sentenza della Cassazione del 2005, la storia di Piazza Fontana sembra essere il racconto di un grande inganno perfettamente riuscito se oggi, come si sa, per quel reato nessuno è in carcere!

Ciò che si vuole qui raccontare è la storia non di un singolare ma isolato fatto criminoso, bensì la messa in scena di una grande mistificazione; così, se vogliamo andare a vedere questo bluff bisognerà alzare lo sguardo e inquadrare i fatti di Piazza Fontana in un più ampio orizzonte interpretativo.

In un bel libro sui fatti del 12 dicembre, Giorgio Boatti parla di innocenza perduta; potremmo aggiungere che in quel momento c’è il risveglio traumatico per un paese che aveva creduto ingenuamente alla possibilità di costruire una democrazia vera, pulita, sincera, schiettamente parlamentare. Quel giorno si apre una lunga stagione di violenza che trova nella strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980 il punto apicale e, in un certo senso, conclusivo. Così, se gli anni che vanno dalla nascita della Repubblica allo shock del 12 dicembre ’69 si possono immaginare come una «età dell’innocenza», dopo il 2 agosto 1980 non si può che parlare di una «età dell’indecenza» per tutta quella teoria di «squallide figure che attraversano il paese», come canta Franco Battiato in Povera patria.  Gli oltre 40 anni che ci separano da quei giorni sono una stagione per tanti versi oscena, sconcia e, appunto, indecente. Anche in conseguenza di quella violenza, anche per l’esito di uno scontro che si consuma in quel decennio tra le forze democratiche e oscuri poteri inafferrabili e misteriosi.

L’Italia, in quell’autunno del ’69, era tutta presa, da un lato, nei problemi sindacali dei rinnovi contrattuali con scioperi, manifestazioni e tensioni (si parlò allora di «autunno caldo») e, dall’altro, era alle prese con l’epidemia di influenza asiatica che, più aggressiva e contagiosa di altre precedenti, alla fine di quell’inverno avrà messo a letto 13 milioni di italiani e oltre cinquemila li avrà portati al camposanto. Ma il Belpaese era anche la leggerezza e l’illusione di un miracolo economico cui ancora, ostinatamente, si voleva credere, erano le canzonette spensierate che suonavano nei juke-box, era Bobby Solo che vinceva a Sanremo con Zingara cantata in coppia con Iva Zanicchi in un mondo che celebrava il rock a Woodstock nella storica «Summer of love», era la Fiorentina che vinceva lo scudetto, i fotoromanzi in edicola, la scuola delle classi divise per sesso in cui alle ragazze si insegnava «economia domestica», ad usare l’uncinetto e i ferri per la maglia. A cinema imperversavano Franco e Ciccio e gli «spaghetti western», ma il ’69 è anche l’anno di Easy Rider, Z l’orgia del potere, del Satyricon di Fellini, Medea di Pasolini, del primo film per Woody Allen, Prendi i soldi e scappa, e per Dustin Hoffman, Un uomo da marciapiede. A gennaio di quell’anno i Beatles suonano per l’ultima volta insieme sul tetto degli studi della «Apple Records» e il 20 luglio Neil Armstrong mette piede sulla luna.

Piazza Fontana, in questo senso, fu anche un trauma sociale dal quale un’intera generazione non si è mai ripresa. Anche per questo, il 12 dicembre è uno spartiacque che segna un inizio ed una conclusione. Certamente apre una devastante stagione di violenza politica esplicita e sfacciata fatta di stragi e «lotta armata» ma, allo stesso tempo, chiude un percorso di conflitti latenti che finalmente emergono e deflagrano.

Referenze bibliografiche

1 Luciano Lanza, Bombe e segreti, ed. dig., Milano, Eleuthera, 2009.

Nel successivo articolo … Giangiacomo Feltrinelli, l’editore rivoluzionario

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Una risposta su “La voragine di Piazza Fontana”

Ero a Maddaloni (CE), Villaggio dei Ragazzi, e ricordo perfettamente l’incredulità di tutti noi ragazzi. La mattina dopo corremmo a comprare l’unità per cercare di capire cosa stesse succedendo. Avevamo un pò paura. Ottimo racconto.

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