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Intervista a Steve Red

YouTube, musica, calcio, e tanto altro: è questo Stefano, conosciuto dai più come Steve, che si è raccontato al nostro giornale con disponibilità e sincerità. Tanti progetti compiuti e tanti avviati, tutti fatti in provincia. Perché anche da lì si può diventare qualcuno.

di Livia Di Gioia

*Foto di Piero De Marchis. Calcio di periferia, 1970. Una partita di calcio in un campetto di periferia a Torino.

Studentessa in Lettere Classiche, è passionata di teatro, scrive per hobby con attenzione al panorama internazionale.

SIAMO NOI A RENDERE SPECIALE UNA STORIA

Stefano Rossi è nato a Varese il 24 Luglio 1990. E’ laureato in comunicazione ed ha fatto un master in social media marketing. Attualmente, oltre alla grande passione per i video su YouTube, lavora nel marketing di un brand di abbigliamento molto famoso.

Stefano, per chi frequenta molto i social sei conosciuto come Steve, il “tifoso pacato”, come piace definirti, che commenta le partite del Milan in live con l’amico di sempre, anche lui youtuber, Daniele Brogna; il rapper (ti piace essere denominato così?) che per gioco, passione e divertimento ha pubblicato due album e varie canzoni; ed infine sei anche calciatore nella tua Aurora Vedano, squadra di calcio a 7 di Vedano Olona (VA), che è diventata una piccola perla del web grazie alla serie “This is not a game”. Insomma sei impegnato su più fronti, ma chi è Stefano fuori dai riflettori? Raccontaci un po’ di te.

Sono una persona molto creativa ed iperattiva, non amo stare con le mani in mano. Soffro a non fare nulla, questo mi porta a lanciarmi in mille progetti, a volte forse troppi. Per parecchio tempo la musica è stata il mio passatempo principale, ho fatto anni a registrare tutte le settimane nello studio di un amico. Cantavo anche ai festival della mia zona e alle feste di paese. Ora su quel fronte sono un po’ fermo, complice l’apertura del mio canale YouTube sul calcio che è cresciuto tanto quest’anno grazie alla serie sulla mia squadra e che mi sta portando via parecchio tempo, ma che allo stesso tempo mi dà anche grandi soddisfazioni e leggerezza. In generale nella vita ho sempre bisogno di lavorare a “qualcosa di mio” o che comunque sento mio al 100%, fare una vita dove timbro solo il cartellino e faccio casa-lavoro non fa del tutto per me.

Steve Red, al secolo Stefano Rossi.

Sei originario di un paese in provincia di Varese. Hai vissuto prima a Malnate e poi ti sei trasferito a Vedano Olona. Ti è pesato crescere in provincia, hai mai pensato che in paesi così piccoli non ci fosse futuro e che nulla sarebbe bastato per farli risollevare?

Non posso dire mi sia pesato, sono molto legato alle mie radici. E’ vero che sono cresciuto in provincia, ma essendo molto vicino a Milano questo mi ha portato prima a lavorare lì e poi a trasferirmi anche lì per qualche anno. Vivere a Milano ovviamente è stata un’esperienza splendida che porterò sempre con me, allo stesso tempo però anche quando stavo lì ne approfittavo sempre per tornare alla mia cara vecchia provincia appena possibile, perché infondo a casa si torna sempre. Quando ho dovuto decidere dove comprare un’abitazione l’ho fatto proprio lì dove sono cresciuto. E’ vero non ci sono certo le opportunità delle grandi città ma è tranquillo, si sta bene e ci sono tutti i miei amici.

Chi o cosa ti ha dato la spinta per essere la persona che sei oggi?

Le esperienze fatte, anche e soprattutto i fallimenti. Ma anche la mia famiglia e gli amici più importanti che sono sempre stati punti di riferimento, soprattutto nei momenti più difficili.

Hai lavorato per un periodo di tempo a Colorado Film. Cosa ti porti dietro da quell’esperienza e cosa hai apportato di quel lavoro nel tuo canale YouTube?

Colorado è stata un’esperienza davvero divertente. Lì ho conosciuto Daniele che nel tempo è diventato uno dei miei migliori amici, oltre lo youtuber con cui collaboro di più in assoluto. A Colorado ho capito come lavorano le grandi produzioni, mi sono ispirato tanto a loro (anche perché amo il cinema e ho girato anche film e serie). Inoltre è stata una tappa fondamentale per fare rete, infatti lì oltre a Daniele ho avuto modo di conoscere e lavorare con un sacco di personaggi famosi e di addetti ai lavori che mi hanno insegnato sicuramente molto.

Nel docufilm “Non sono un top player” racconti di te e delle tue passioni, ti affiancano i tuoi amici e la tua famiglia all’interno di esso. Quando ti sei raccontato hai trovato nuovi spunti per migliorarti e hai avuto nuove idee da portare su YouTube?

E’ stato faticoso ma divertente girare quel docufilm, un po’ perché ho dovuto ripercorrere tutte le mie tappe e i mille progetti che ho provato a realizzare. Quel docufilm accompagnava il mio ultimo album musicale che sicuramente era molto introspettivo, quindi proprio per sua natura mi ha portato a riflettere molto su me stesso. I temi su cui mi sono messo più in discussione sono soprattutto due: l’accettazione della sconfitta e il non strafare a tutti i costi. Ho lavorato e sto lavorando molto su queste due cose.

La serie “This is not a game” racconta della tua squadra di calcio a 7: l’Aurora Vedano. Quando è nata l’idea di far conoscere a tutti la tua squadra? I tuoi compagni, il mister e lo staff sono stati subito d’accordo nel portare avanti questo progetto? Quando vi siete resi conto che la serie aveva raccolto il gradimento delle persone che vi seguivano, come avete reagito a ciò?

L’idea di questa serie è nata poco prima dell’inizio della stagione. Abbiamo girato delle challenge con alcuni compagni e in quel periodo stavo guardando All or Nothing sull’Arsenal. Quando ho buttato lì con una battuta di provare a fare una cosa simile ho percepito subito molto l’entusiasmo degli altri. Devo dire che sia mister che tutti gli altri mi hanno sempre supportato alla grande, anche se forse nessuno si aspettava davvero il riscontro che poi abbiamo in effetti avuto. Quando abbiamo iniziato a vedere che la gente ci fermava ovunque e parlava della nostra serie abbiamo capito che eravamo arrivati davvero a tante persone. Inoltre penso di poter dire senza dubbi che questo progetto, quasi per caso, è stato un collante fondamentale per il nostro gruppo. Non solo ha permesso a un mix di persone che non si conoscevano di legare più velocemente ma ci ha anche tenuti a galla nonostante le tante sconfitte. Infatti, dopo un campionato praticamente disastroso, siamo ancora tutti lì che non vediamo l’ora di ripartire. Credo che questo, senza l’aggregazione portata dalla serie, non sarebbe mai accaduto.

Nell’ultimo episodio della serie hai fatto capire che per sognare grandi traguardi non bisogna essere nati nelle metropoli di turno, che si parte sempre dal piccolo per arrivare al grande. D’altronde Dimartino nella sua canzone “Come una guerra la primavera” canta: “Dai mattoni di una provincia costruiscono un’altra vita”. Anche Aquara, sede del nostro giornale che cerca di dare voce a tutto ciò che è cultura, arte, impegno nel sociale e sport, è una piccola realtà e anche qui ci sono ragazzi e ragazze che forse non sognano in grande perché si sentono chiusi in una gabbia, che non credono nelle potenzialità del proprio paese perché probabilmente nessuno gliele ha fatte notare. Che consiglio daresti a chi è nato e cresciuto in provincia? Quanto è importante credere nei propri sogni e nei propri territori?

La mia serie nasce proprio dall’idea di valorizzare un campionato provinciale, grezzo e di livello non eccelso. La cosa ha funzionato perché la gente si è identificata, nessuno aveva dato voce prima a realtà così piccole e di paese. Tutti gli avversari e giocatori amatoriali di qualsiasi zona d’Italia ci hanno riempito di messaggi e complimenti per il nostro racconto perché si rivedevano in quelle situazioni e storie. Questo conferma secondo me che non conta avere una storia incredibile o risorse illimitate: siamo noi, con l’amore che trasmettiamo quando raccontiamo qualcosa, che rendiamo davvero interessante e speciale una storia.

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